La parola immaginata: l’esperienza di In allarmata radura

di Livia Del Gaudio

Il logo di In allarmata radura è opera originale di © Hernan Chavar

A cinque anni dalla nascita di In allarmata radura, il seminario Le forme del gesto tra parola e immagine1, giornata interdisciplinare di studi promossa da ICONE – Centro Europeo di Storia e Teoria dell’Immagine dell’Università Vita-Salute San Raffaele, ha fornito da stimolo per produrre una prima riflessione teorica del lavoro portato avanti dalla rivista. Ne forniamo qui una descrizione nella speranza che possa promuovere un confronto.

Immagine e parola

La parola nasce nella Distanza.
E si pratica nella distanza che la separa dalla cosa
E. TADINI

Esiste da sempre uno scambio complesso tra immagini e parole. La letteratura ha spesso fatto ricorso alle immagini in varie forme, il più delle volte per rafforzare un rapporto con il reale che avvertiva sfuggente: la scrittura, come la matematica, hanno infatti la stessa matrice simbolica: parole e numeri sono i codici di un sistema astratto che più che riferirsi al mondo lo sostituisce. Pittura, scultura, fotografia, cinema e, più in generale, qualsiasi forma di arte visuale sono, al contrario, oggetti appartenenti al mondo e in quanto tali possiedono una capacità evocativa alla quale la letteratura si è sempre ancorata. A riprova della tesi può essere fornito un esempio. Prendiamo la parola fiore così come la definisce il vocabolario Treccani:

«La parte più bella e appariscente della pianta, che contiene gli apparati della riproduzione».

Osserviamo adesso il corrispettivo tradotto in immagine:

© Federico Renzaglia

Risulta evidente che «le immagini sono una cosa bidimensionale ben lontana da ciò che è vivo, eppure trattengono qualcosa della realtà, suggeriscono la vividezza, la stratificazione e la polisemia di ciò che chiamiamo reale, per la loro intrinseca natura2»: è proprio la capacità delle immagini di aderire al vero in un rapporto che appare più diretto e materico che ha relegato l’immagine a un ruolo gregario rispetto alla parola.

Per provare a sperimentare un nuovo rapporto, se non paritario almeno più consapevole, tra parola e immagine è utile indagare da dove nasca il bisogno di nominare e produrre figure che non sono la realtà. Emilio Tadini3 propone alcuni utili interrogativi: 

«La parola nasce forse nella distanza che si apre tra l’occhio e la cosa? O dobbiamo dire che la parola nasce nella distanza che si apre tra mente e figura? […] Per la parola sembra piuttosto facile liberarsi della figura. E la figura? Forse la figura di qualcosa che stiamo guardando non riesce mai a liberarsi, in noi, dalla parola che la indica. Neanche nella memoria».

La necessità di produrre rappresentazioni della realtà, per Tadini, nasce dalla distanza. Dal desiderio di colmare l’assenza che ogni essere umano esperisce attraverso la nascita: «Le parole chiamano la figura che si allontana dopo la separazione; cercano di chiamarla indietro. Le immagini ce ne riportano il simulacro, la figura». Il primato della parola risiede quindi nel valore di suono che attira e riporta indietro l’oggetto perduto; l’immagine, al contrario, non è che il sostituto, il palliativo offerto a seguito della delusione provocata dall’impossibilità di raggiungere ciò che è perduto4.

Ecfrasi vs parola poetica

Per attrarre l’energia vitale dell’immagine, la scrittura si è spesso avvalsa della retorica, nella forma di ecfrasi. Sempre dal vocabolario Treccani: ecfrasi è il «nome che i retori greci davano alla descrizione di un oggetto, di una persona o all’esperienza circostanziata di un avvenimento, alla descrizione di luoghi e opere d’arte fatta con stile virtuosisticamente elaborato in modo da gareggiare in forza espressiva con la cosa stessa descritta».

In opposizione all’habitus della retorica, Roberto Longhi5 traccia una strada differente: quella della poesia. Per Longhi a produrre la migliore critica artistica sono stati i poeti: Baudelaire, Rimbaud e Verlaine hanno descritto con maggiore efficacia le opere d’arte perché il cortocircuito innescato tra parola poetica e comprensione dell’arte è lo spazio dove dimensioni espressive diverse si incontrano in un’unica istanza epistemologica: non ekphrasis come mimesi verbale ma epifania della lingua che insegue l’epifania delle cose (A.Sarchi). 

Nella pratica, una possibile applicazione di questo approccio può essere mostrata attraverso il seguente accostamento:

Un questione di prospettiva

Ho visto qualcosa di bianco fluttuare nell’aria davanti a casa.
Ho pensato che fosse un’enorme farfalla bianca,
una rarissima farfalla bianca!
Ma era solo una grossa busta,
che passava davanti alla finestra nella mano del postino.

Immagine di © Luca Rizzatello elaborata tramite IA | poesia di Lydia Davis all’interno di I nostri estranei, traduzione di Gioia Guerzoni, Mondadori, 2025

Qui, parole e immagine collaborano non tanto a produrre simulacri del reale quanto a porsi come frattura, utilizzando entrambe il medesimo spazio percettivo: quello del fraintendimento.

Parole e immagini, gli organi della nostalgia

Se parola e immagine possono essere visualizzati come i poli di una corda – tenendo presente che la corda ha più spesso teso verso la parola – poniamoci in direzione del centro, oscillando tra i due lati, nello spazio intermedio definito da Tadini Distanza. La questione non è aggirare un limite (il reale) quanto porsi in un campo altro, allargando la frattura. 

Fino a questo momento, seguendo le orme di Tadini, parole e immagini si sono definite come «gli organi della nostalgia» in quanto scaturiti dal desiderio di colmare il divario della separazione. Per John Berger avviene qualcosa di simile quando scrive: «i primi a inventare e quindi a dar nome alle costellazioni furono degli storyteller. Tracciare una linea immaginaria attraverso un ammasso stellare le dotò di un’immagine e un’identità. Le stelle così allineate erano come gli eventi concatenati di un racconto. Immaginare le costellazioni non cambiò certo le stelle, né il nero vuoto che le circonda. Ciò che mutò fu il modo di leggere il cielo di notte6». L’atto di osservare si pone alla radice della narrazione: se l’immagine frantuma, la parola ricompone, conferendo alla realtà un’unità che non le appartiene e ritorna allo sguardo come consapevolezza. Per questo la parola ha relegato l’immagine a un ruolo gregario, per timore di essere nuovamente spezzata all’interno di un universo privo di senso. I rapporti causa/effetto, l’ordine cronologico, la trama e il suo sviluppo sono gli strumenti cui si è avvalsa la parola per organizzare un discorso credibile, un racconto più vero del vero: ripensare il rapporto tra immagine e parola significa mettere in crisi la forma stessa della narrazione e, dunque, instaurare un diverso scambio con il mondo che non passi unicamente dal pensiero logico. Ecco il perché della lingua poetica.

L’esperienza di In allarmata radura

Il progetto di In allarmata radura dal 2021 lavora su questo: applicare alla narrazione la verticalità del montaggio. Utilizzare il procedimento di decostruzione e ricostruzione tipico dell’immagine – si pensi al cinema, come a ogni altra forma di racconto visuale – significa lavorare su diversi piani dell’espressione sfuggendo alla grammatica del testo canonizzata dalla retorica: attraverso i diversi formati tecnici dell’immagine e nel rapporto tra media diversi la narrazione si arricchisce di un’immaginazione intermediale che altrimenti le sarebbe estranea.

«Non c’è continuità tra percezione e linguaggio ma complementarietà è proprio e solo in forza di questa discontinuità-complementarità che tra linguaggio e percezione (o immagine interna) può instaurarsi un rapporto che incrementa l’uno e l’altra: si tratta di una correlazione virtuosa, che ci offre un mondo più complesso perché non smette di riarticolare (alla lettera: differenziare in modo più fine) il dato ricevuto dalla nostra sensibilità7».

Questo tipo di approccio – comune nell’editoria rivolta all’infanzia, o in particolari progetti editoriali, più spesso poetici –  è quasi assente nelle case editrici e nelle riviste letterarie italiane. Non si tratta infatti di utilizzare le immagini all’interno del testo ma di costruire il testo attraverso il montaggio, le assonanze visive, le intuizioni sensibili su cui si basa l’arte visiva. La fotografia, come la pittura e ogni altra forma grafica, è rappresentazione: agisce per sostituzione, fa risorgere ciò che è sparito: come tale è un effetto perturbatore della realtà. Applicare questo tipo di verticalità alla costruzione di un testo ha portato In allarmata radura ha individuare alcune parole chiave attorno alle quali ha sviluppato la propria proposta editoriale:

Volendo tracciare un primo bilancio di questi anni, trasversalità è la parola che ha caratterizzato il percorso della rivista. Contributori/fruitori da entrambi gli ambiti – letterario e artistico – hanno accettato la proposta di mettere il sé al centro della propria riflessione e, anche se la fotografia si conferma la forma espressiva maggiormente diffusa, non di rado si sono messe in gioco pittura, grafica, illustrazione e, in un caso, scultura. Questo ha portato ad allargare il pubblico di lettori e a testare le intuizioni iniziali che si confermano le stesse a cinque anni di distanza.

  1. Le forme del gesto tra parola e immagine, 30 marzo 2026, Palazzo Arese Borromeo giornata interdisciplinare di studi promossa da ICONE – Centro Europeo di Storia e Teoria dell’Immagine dell’Università Vita-Salute San Raffaele sotto la direzione della Prof.ssa Francesca Pola. Ospiti: Prof. Giordano Ghirelli; Livia Del Gaudio; Lulù Withheld; Edoardo Podo; Prof. Dario Mantovani ↩︎
  2. A. Sarchi, La felicità delle immagini il peso delle parole. Cinque esercizi di lettura di Moravia, Volponi, Pasolini, Calvino, Celati, Bompiani Editore, 2019 ↩︎
  3. E. Tadini, La distanza, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1998 ↩︎
  4.  E. Alloa, ¿Antropologizar lo visual?, in Pensar la imagen II, Antropología de lo visual, E. Alloa editor, Santiago de Chile, 2022: «La rappresentazione pone davanti ai nostri occhi quello che si sottrae alla presenza, all’orizzonte immediato del presente: la rappresentazione si attua in absentia, in assenza della presenza, per sostituzione o vicarietà». ↩︎
  5. Roberto Longhi (Alba 1890 – Firenze 1970) è considerato il maggior storico dell’arte italiano nel secolo scorso. Insegnò nelle università di Bologna e di Firenze. Tra i suoi allievi, oltre a futuri storici dell’arte come Francesco Arcangeli e Giuliano Briganti, anche scrittori e poeti come Attilio Bertolucci, Pier Paolo Pasolini e Giorgio Bassani, tutti molto influenzati dalle sue mitiche lezioni. Non allievo diretto, ma da lui fortemente influenzato nel metodo critico e nella scrittura: Giovanni Testori. Sposò Lucia Lopresti, che divenne famosa scrittrice col nome di Anna Banti. Insieme nel 1950 fondarono la rivista «Paragone», dedicata all’arte e alla letteratura. ↩︎
  6. J. Berger, E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto, trad. e cura di Maria Nadotti, Bruno Mondadori Editore, 2008 ↩︎
  7. P. Montani, Tecnologie della sensibilità. Estetica e immaginazione interattiva, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014 ↩︎

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