Storia di un’altra malattia

di Lorenzo Marchese

© Enzo Pertusio

Domenica

Nessuna correlazione, ma da qualche mese, quando la malattia prende il posto destinato a me, io smetto di sognare. In senso letterale. Mai avuto problemi ad addormentarmi. Ogni notte, per quanto schifo avessi provato durante la giornata, ero contento di spegnermi: nei ricordi mi tuffavo all’indietro cercando un incastro in profondità dal quale riemergere fosse impossibile. Adesso, invece, sono inchiodato alla superficie dell’acqua.

Martedì

Scendo a Palermo da Roma per l’appello invernale in università. Primo volo della mattina, arrivo a casa per aprire al tecnico della caldaia, preparo il pranzo, leggo un po’ con Combat Rock dei Clash in sottofondo e, a un certo punto, devo riconoscere che il sottofondo musicale è diventato sottosuolo. Del sax di Sean Flynn mi arrivano solo sparse note alte, con un ronzio che fa pensare a casse guaste dal tempo. Mentre mi ripeto, con una tranquillità posticcia, la frase con cui mi proteggo da ogni fastidio, che adesso mi si ritorce contro («Non hai sentito nulla»), porto il volume al massimo e non cambia nulla. Per distrarmi do da mangiare ai miei gatti. I loro miagolii, coi denti scoperti in fondo al mio panico, senza audio si rivelano dichiarazioni d’odio, ridacci la libertà, così possiamo divorarti. Evito di guardarli per tutta la sera. Il giorno dopo non mi alzo in tempo per il lavoro perché non c’è più nessuna sveglia.

© Enzo Pertusio

Mercoledì

Da quando ho circa quattro anni sono monoudente. Ho perso l’uso dell’orecchio destro di botto: la versione degli eventi che ho ricevuto e trasmesso a mia volta, docile perché non ricordo nulla, è «i postumi di un’otite», ma scopro da una telefonata ai miei genitori, fatta urlando con nonchalance perché l’orecchio sinistro da quando sono atterrato a Palermo non funziona più, che quell’otite me l’avevano raccontata come consolazione, per stornare domande. In realtà, gli specialisti consultati trent’anni fa avevano offerto un ampio ventaglio di spiegazioni non risolutive. Ipoacusia improvvisa senza cause: succede. E non avrebbe avuto senso sottoporre un bambino così piccolo a esami invasivi, operazioni e impianti acustici – comunque inutili: il nervo è leso troppo in profondità.

Si diventa paranoici per molto meno, medito, ma in effetti per i trent’anni successivi i vantaggi sono stati troppi rispetto ai pochi svantaggi. Niente auricolari, volume basso ovunque e però: riuscire a dormire in qualsiasi circostanza, a patto di incollare l’orecchio buono al cuscino; mettere su una linea morta le stronzate di chiunque offrendo all’interlocutore il lato, a sua insaputa, chiuso; poter fare a comando del mondo circostante un oceano e di sé stessi, un’isola non segnata su alcuna mappa. Tutto questo era possibile, con l’orecchio sinistro buono. Ma il giorno dopo che quello salta mi costringo a pescare un otorino su Google in via Libertà e, dopo mezz’ora, sono lì pronto a farmi togliere (ne sono sicuro) un tappo di cerume, a farmi diagnosticare uno sbalzo di pressione causato dall’aereo. Il responso, dopo un’ora di test audiometrici, l’ho già sentito: ipoacusia improvvisa senza cause, udito sceso del settanta per cento. Faccio uno zaino veloce, passo in farmacia a rifornirmi dei tre tipi di pillole prescritti («Non potendo sapere le cause, intanto prenda i farmaci in base alle tre diagnosi più plausibili, e aspettiamo» Aspettiamo cosa, mi viene da chiedere, ma non so se l’ho solo pensato molto forte o detto a voce troppo bassa), corro alla Stazione Centrale e faccio appena in tempo a salire sul treno per Napoli, diretto al funerale di domani.

© Enzo Pertusio

Mercoledì

Col senno di prima, una sordità improvvisa l’avrei benedetta. Da mesi prendo ogni rumore per un’aggressione, allarme davanti a ogni scossone vero o presunto, le mie difese stanno per saltare. «Mi sembra che tu oramai percepisca le altre persone come in casa si percepiscono i suoni che vengono da fuori», scrive Handke in La donna mancina: eccomi. I fuochi d’artificio, sparati almeno quattro volte al giorno fra Borgo Vecchio e il mare, per motivi sui quali non c’è consenso; i vicini che strisciano suole, sedie, tavoli, cadaveri lungo il dorso del mio soffitto, con me che busso alla loro porta, prima una volta al mese, poi ogni settimana («Non mi sembra opportuno suonare a quest’ora»), poi di nuovo ogni mese con varie diffide prima del blocco Whatsapp e di una segnalazione all’amministratore; il frigo, il cui ronzio trovo di un’arbitrarietà intollerabile e mi impedisce di guardare lo schermo in attesa delle parole giuste, e quando lo spengo, costringendomi a mangiare fuori; il frigo del dirimpettaio, che non ho il coraggio o la capacità di zittire; l’intollerabilità del caldo perenne, che mi costringe a farmi invaso del mio sudore su un corpo a tratti troppo ossuto e troppo gonfio, che fa scivolare nell’incasso piagato dell’arcata degli occhi la montatura troppo pesante degli occhiali vecchi, le stanghette troppo dritte degli occhiali nuovi, e fa puzzare. Sul lavoro, che ho sputato sangue mio e soldi non miei per ottenere mentre su Facebook scorrono i post ricondivisi centinaia di volte con gli elenchi patografici di ciò a cui una mia collega di dottorato ha rinunciato per arrivare seconda a ogni concorso da ricercatore con novecento euro al mese, litigo con chiunque per questioni di principio, sono intollerante alla marea crescente di frasi fatte in mancanza delle quali il mio lavoro (professore universitario) semplicemente non può più essere portato a termine

Da adulti si diventa malleabili, finendo per venire a patti con ciò che sta fuori, si dice. Ma la mia malattia mi ha chiarito trasversalmente, attraverso i suoi sintomi (usiamo questa parola inadeguata, se è vero che non è possibile tracciare una linea di confine fra i segni e la manifestazione della malattia: la sola linea di confine è il mio corpo, ma cosa demarca?), che l’età, per disgrazia, rende puri. L’infanzia, quella è bastarda per definizione: i bambini leccano il pavimento per assaggiare tutto, violano spazi e rompono patti per definire se stessi, si fanno andar bene qualsiasi latte, qualsiasi voce, qualsiasi paio di braccia che dia loro appoggio e calore. Al contrario io, certe sere, ho paura di impazzire per il neonato che piange a due isolati di distanza ma non so individuare (la mancanza di stereofonia è uno dei pochi difetti dell’essere monoudente). Quando smetto di sentirci da entrambe le orecchie, l’angoscia si biforca: per le aggressioni esterne che non mi toccano più, per le rare scosse che ancora mi arrivano, violente e ingiustificate. Poco dopo aver smesso di sognare, per un ordine misterioso, smetto di dormire.

Lunedì

ChatGPT sostiene: hai fatto bene a disertare la terapia prescritta dall’otorino di Palermo, è la scelta migliore iniziare subito un’ossigenoterapia iperbarica a Roma. Leggo proteggendo la mia ansia dal vecchio nervoso al volante – alle sei e trentacinque del mattino sul GRA – che mi sta portando al Policlinico dove oggi, dopo il funerale, inizio la terapia. Gemini non è altrettanto persuaso che si decida entro settantadue ore: faccio dirimere la questione a un terzo parere, Claude, e ne leggo il responso ad alta voce. Dal posto del guidatore mi arriva una poltiglia di ammonimenti e rassicurazioni fuori posto, ritmate dall’attacco «come padre mi sento di dirti». Faccio sì convinto senza guardarlo in faccia, sento anche i legami di sangue come un’invasione alla mia persona, della quale del resto m’importa sempre meno. Gli ho detto che ci sento meglio di quanto sia in realtà, spaccio i pareri delle AI per la ricetta dell’otorino, e lui finge di credermi: è la sua malattia, che per ora ci tiene entrambi in vita.

La consapevolezza (anzitutto la mia) ha uno sviluppo che si può definire metastatico: si stacca presto dal suo oggetto iniziale per proliferare, colonizzando ciò che tocca anche quando non c’entra niente, e mi costringe a essere radicale, in silenzio, fino al collasso. So che questo vecchio che mi porta all’ospedale mi ama ma non gli sono mai piaciuto, e da che mi sono ammalato ho capito che non voglio più avere a che fare con gente a cui non piaccio: meglio, da lontano, credere di andare bene al prossimo, finendo col somigliare a un programma di massima su cui tutti si trovano d’accordo, a una buona idea un po’ vaga. In perfetto accordo coi tempi a cui appartengo, sono arrivato a quel punto in cui non riesco più a mentire – oppure non riesco più a fare un passo senza mentire. Difficile decidere quale delle due: vedo solo che gli effetti nel prossimo sono equivalenti. E anche perciò vivo solo. 

© Enzo Pertusio

Venerdì

Non si scappa, in ogni caso, dalla camera asfissiata in cui sto rinchiuso con gli altri sette, circa quindici metri sotto il livello del mare (in termini di pressurizzazione: siamo al piano terra di un blocco del Policlinico). Non posso staccarmi dalla faccia la maschera dell’ossigeno: quindi non si parla, non ci si alza, non c’è granché da fare; qui dentro non sono ammessi strumenti elettronici, orologi, niente che possa infiammarsi. Ci si può portare libri, matite: e quindi sono tutti a mani vuote, impegnati a dare un ritmo ai polmoni zuppi di disagio. A quanto dicono, l’ossigenoterapia iperbarica serve al trattamento delle embolie polmonari, facilita il recupero dei tessuti necrotizzati e aiuta quello dei traumi da decompressione. Altri sostengono, ma non c’è consenso scientifico né fra gli umani né fra le AI, che renda reversibili le ipoacusie improvvise, a patto d’intervenire entro quarantotto ore. Di questo almeno paiono convinti cinque dei miei compagni di viaggio nella camera pressurizzata (il sesto, per lo sbalzo di pressione, si è sentito male a un quarto della procedura e non l’abbiamo più visto), con oblò ciechi e sedili bullonati, che abbiamo tacitamente deciso di chiamare sottomarino. L’unica fuori posto è una ventenne dai capelli rossastri, credo una specializzanda della Sapienza perché dà del tu ai medici, venuta per una lieve necrosi alla coscia ormai rientrata, che un po’ per questo e un po’ per la sua età non interagisce con noi; il corpo dei giovani si ammala controvoglia, non mostra di credere nella propria malattia, sia pure grave, perché intende a orecchio solo la mortalità degli altri. Fuori da qui la ragazza potrebbe piacermi. Qui dentro, mi urta. Da quando ho perso l’udito all’orecchio sinistro sono passate circa settanta ore. Non faccio altro che respirare. Respirerò fino alla fine e questo, adesso siamo a diciotto metri di profondità, mi terrorizza. Nella mia vita di prima, sognavo spesso di precipitare in basso, e un secondo prima dell’impatto mi liberavo. Adesso i miei piedi toccano, e non è successo altro. Tolta la ragazza, coi miei trentaquattro anni qui dentro sono il più giovane per distacco.

Mercoledì

Fuori, in sala d’attesa, a noi pazienti regolari non resta che parlarci. Io da anni in pratica ho smesso di conoscere gente perché «sta sempre zitto, il tuo amico?», ma qui racconto la mia vita pezzo dopo pezzo, con grazia noncurante. Non sento una parola di quello che dico. Credo di stare peggiorando, ormai mi arrivano solo dei residui, ma il ciclo, dicono, va portato a termine e dura almeno dieci giorni, e io obbedisco ossessivamente, perché ossessivo è il mondo e io cerco soltanto di adeguarmi, invano. Ci sorprendiamo in chiacchierate che, da fuori, chiunque prende per un crocicchio di derelitti che alternano garbati urla e orecchie sporte con gentilezza dietro mani a cucchiaio. Ogni tanto, una nuova battuta è preannunciata da dei «come? Ah, certo» sempre meno casuali. Nel nostro nuovo stato siamo goffi, fuori posto. Non penso che i veri sordi ci capirebbero.

Riesco comunque a strappare qualche filo al racconto della signora di fronte, una cinquantenne un po’ trasandata con una maglia nera lucida, che nel sottomarino mi siede davanti e mi riferisce di essersi accorta che non ci sentiva più dall’orecchio destro una domenica mattina, quando, come ogni giorno nella sua casa di Ostia, il marito le aveva portato il solito bicchiere di latte con parole d’affetto che lei non ha inteso. Portandosi il bicchiere alla bocca con foga («non così tanta, eh») ha bevuto due sorsi e sentito un picchiettio, come se avesse battuto i denti. A quel punto si è accorta che sulla superficie del latte si erano formate due pellicine, aguzze da metterci il dito. Si è girata la lingua in bocca per pensarci su e quella ha premuto sul labbro interno senza ostacoli: il canino e il premolare laterale erano caduti con un silenzio quasi fatato, come se il loro posto fosse sempre stato fuori dalla bocca. Collegato com’è al cervello da un filo troppo teso e sottile per essere spezzato o riarrotolato, l’orecchio umano è un mistero. E adesso che quel filo è scoperto e la tensione è troppo alta, in attesa ci sentiamo come se la malattia avesse tolto una serie di tappi e difese a quello che siamo in grado di dire e ascoltare, mettendoci in contatto col nucleo di noi stessi. Non è questa conversazione a essere assurda, penso; lo sono quelle sui programmi per l’estate prossima, sui film da vedere e i vini da ordinare su Amazon. Non c’è niente di meno assurdo del corpo che si disperde, pezzo dopo pezzo, niente di più difficile e imperativo da mettere in ordine.

Ogni malattia è il contrario della finzione, che separa ciò che è vero e condiviso da ciò che è soltanto dentro di noi: la malattia, come ogni ipocondriaco (o, come lo chiamo io, malato assoluto) sa, rivela che la separazione si compie per difesa. Per chi sta male, il proprio dolore è l’unica realtà, incondivisibile come un sogno. Il dolore è tautologico: i neonati urlano perché sono (i motivi sono fuori posto). La malattia invece è una traslazione illimitata di sensi che si sono perduti: ogni sua parte rimanda a un male oscuro diverso, la somma delle incomprensioni ostruisce il quadro generale, anche se ribadisce, forse a torto, che un quadro generale debba esistere. Forse il mio problema, penso controllandomi discreto i canini con la lingua, è che ho smesso di ascoltare il mio dolore troppo presto. Persino raccontare la propria malattia passata è una finzione, artificiosa come tradurre i pensieri di un’altra persona vissuta mille anni fa. «Con ogni nostra parola sana noi mentiamo!», sibilo. La donna trasandata mi studia e sorride con la parte ancora intera della bocca.

© Enzo Pertusio

Giovedì

Lei, che La coscienza di Zeno l’ha studiato per trent’anni, mi avrebbe rimproverato: «uno studioso serio queste licenze non se le prende». Ma adesso nessuno ha niente da dire, perché siamo a pochi metri di distanza ma Tilli è chiusa dentro e io chiuso fuori, qui a Napoli, coi parenti, gli amici e i colleghi riusciti a venire in chiesa con un solo giorno di preavviso, anche se chi voleva l’aveva capito da un mese o due, che era finita. Supporre cosa avrebbero fatto e detto e pensato quelli che sono andati via prima è la finzione più vergognosa che esista, e così mentre Tilli attraversa il portico della chiesa mi scappa un singhiozzo prolungato che non sento. Poi piango perché tutti penseranno che lo sto facendo per lei, ma non si è mai tanto egoisti come quando si piange (i neonati, ancora una volta, insegnano): la verità è che ho paura di me stesso se vedo in lei una figura della mia malattia e intuisco che fra una trentina d’anni anch’io sarò chiuso lì dentro, dopo la stessa vita in transito dentro una città scelta per esigenze di lavoro, davanti a una persona che è ormai per intero e senza rimedio fuori. Poi realizzo che sto piangendo così forte che qualcuno, oltre al collega dell’Orientale che mi poggia una mano sulla spalla, dovrà avermi sentito, a meno che tutto il mondo non sia diventato, in accordo con la mia malattia, sordo. Apro gli occhi e faccio appena in tempo a vedere che nel grande portico della chiesa di Chiaia ci sono solo io, nessuno all’orizzonte, solo uno sparpagliamento confuso di gente nella pioggia alle mie spalle. I banchi all’interno saranno tutti occupati, ma da qui non riesco a vederli, perché la porta è chiusa. Come se oggi non ci fossero in programma funzioni religiose. Eppure sono certo di non aver sbagliato funerale, perché questo non è un romanzo: nei romanzi nessuno muore per davvero. 

© Enzo Pertusio

Domenica 

Sto facendo esami in attesa di partire per Napoli. Di solito interrogo i miei studenti senza guardarli, sbirciando il programma per ricordare le nozioni che dovrebbero conoscere a memoria. Oggi non mi viene facile, perché se non li scrutassi in volto non avrei la minima idea di cosa stanno dicendo. Molti di loro hanno il programma di Tilli, che è andata via ieri notte in ospedale (mi hanno telefonato mezz’ora fa, non ho capito chi). Di tutta la mia malattia, quando a distanza di quattro mesi, senza alcun motivo, recupererò per più di metà l’uso dell’orecchio sinistro (restando comunque sotto farmaci e sotto osservazione a tempo indefinito), ricorderò solo questo momento. Ho ficcato in questo gomitolo di diario, giorno per giorno, ricordi che nel giro di qualche settimana ho rimosso. Ma questo potrei anche non scriverlo. Quindi lo faccio.

A un tratto negli occhi dei miei studenti mi scopro in grado di leggerli, dal primo giorno al momento che sta passando via, per intero. Il ragazzo che parla è appassionato di Juventus, ha perso suo padre quattro anni fa ed è dovuto diventare grande presto; scherza di continuo con una dignità che non riesce ad esprimere a parole mentre mi riassume tutto Il male oscuro. La giovane donna, a vedere la carta d’identità due anni più vecchia di me, che sta per alzarsi dopo l’assegnazione del voto ha due figlie piccole, un lavoro che le piace nell’amministrazione regionale, accompagna due volte a settimana suo marito in chemioterapia: dopodomani è la prossima. L’ultima che si siede all’orale è una ragazza con un viso non ancora smussato, fresca di diploma. Noto i dorsi delle sue mani ricoperti di motivi berberi che si arrampicano fino ai gomiti. Due anni fa, lavorando da ragazza alla pari a Parigi, è andata in gita con la sua famiglia in Marocco; lì ha conosciuto l’uomo che nel giro di un anno ha sposato. Strato dopo strato ogni linea si fa nitida. I richiami di tutte le persone che ho lasciato indietro, le voci dal futuro di chi mi abbandonerà, i suoni residui che a breve non riusciranno più ad arrivare al mio cervello: tutti adesso convergono in questi motivi astratti sulle sue braccia, compongono una lingua che scopro di saper decifrare con esattezza ma di non poter ripetere né riscrivere. Allora togliendo il sonoro al mondo provo qualcosa di meno di una fede, ma può bastare. Finalmente i giorni riprendono a scorrere dal primo all’ultimo. Indietro non si torna. Che non guarirò, sta a voi dirlo.

Editing di Livia Del Gaudio

Lorenzo Marchese insegna letteratura italiana contemporanea e sceneggiatura all’Università di Palermo. Scrive per la rivista online “Snaporaz”. Ha pubblicato i saggi L’io possibile. L’autofiction come paradosso del romanzo contemporaneo (Transeuropa, 2014) e Storiografie parallele. Cos’è la non-fiction? (Quodlibet, 2019).

Una fotografia non può essere descrittiva. L’atto di descrivere appartiene al linguaggio, è un evento fruibile in un flusso di tempo, mentre una fotografia congela una frazione temporale, si pone come istantanea. La fotografia non può, dunque, essere vera conoscenza ma, come dice Susan Sontag, “apparenza di conoscenza”: il suo valore non va cercato nella capacità di rappresentare la realtà bensì di constatarne l’esistenza. Fotografo dunque sono; o meglio: fotografo dunque [il mondo] è. 

È a questa seconda realtà, che l’uomo abita parallelamente alla prima, che si rivolge la fotografia di Enzo Pertusio. Attraverso la lente del paesaggio, il fotografo rende manifesto il suo sguardo, ci impone di vedere quello che lui vede: ed è qui che la fotografia torna al reale modificando la percezione di chi osserva.

C’è una solitudine che appartiene alle cose, e di questa parla Pertusio: un sentimento percepibile in visioni dall’alto, scatti a distanza in cui la luce definisce e sfuma allo stesso tempo. Costantemente filtrata attraverso l’obiettivo, la realtà appare nella sua superficie, un insieme di linee e punti, diagonali di ascendenza classica attorno alle quali si organizza la composizione. Il colore è trattato come in pittura, per campiture, ed esiste nei soggetti, anche quando fotografati in movimento, una fissità che rimanda alla Metafisica di De Chirico e ancora a prima allo spazio prospettico di Piero della Francesca.

Livia Del Gaudio

Enzo Pertusio fotografo torinese, nasce artisticamente nei primi anni Novanta. Innamorato di un libro di Ernst Haas trovato per caso inizia un percorso che lo porta nella più antica associazione fotografica italiana: la Società Fotografica Subalpina, nata a Torino nel 1899. dopo dieci anni di collaborazione entra nel Consiglio Direttivo come consigliere e inizia il percorso da docente che prosegue ancora oggi. Nel 2013 diventa Presidente della Società, ruolo che ricopre per tre mandati, per poi diventare Direttore Artistico, Presidente Onorario e Docente nei Corsi Base e Avanzato della Società. Ricopre un ruolo di docente anche presso l’Accademia Torinese di Fotografia. Come fotografo è rappresentato dalla Galleria Roccavintage di Torino.

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