Tra progetto e materia. “Nina sull’argine” di Veronica Galletta

Livia Del Gaudio

Nina sull’argine è il secondo romanzo di Veronica Galletta, vincitrice nel 2020 del Premio Campiello Opera Prima con Le isole di Norman. L’esperienza professionale dell’autrice, che per anni ha lavorato come ingegnera idraulica, è la solida base da cui si sviluppa la storia di Caterina, giovane progettista – giovane per gli standard italiani, ça va sans dire – alle prese con il primo cantiere importante, la costruzione dell’argine di Spina, nell’alta pianura padana.

Nel paesaggio della piana lombarda Caterina è straniera. Ne è consapevole, non cerca di nasconderlo; piuttosto osserva. Sa di muoversi in un ambiente maschile, ma non si tratta solo di uno scontro di genere. Il loro è un lavoro difficile, dice Caterina al lettore, che richiede un approccio impersonale. Ci sono ruoli, incarichi, compiti ben precisi e definiti, regolati da una normativa molto chiara in alcune parti, del tutto nebulosa in altre. Le zone d’ombra sono create ad arte […]. Una raffinata sovrapposizione di chiaroscuri che rendono i confini inapplicabili, e quindi le deroghe imprescindibili.

Chiaroscuro è la chiave per avvicinarsi al romanzo di Galletta; sia per l’alternarsi di giorno e notte che lo caratterizza – accentuata dalla nebbia che spesso torna nelle descrizioni, negli stati d’animo della protagonista – ; sia per il fatto di essere un oggetto narrativo in bilico tra mondi diversi. Galletta alla questione del lavoro affianca, infatti, la storia di una personale rifondazione e l’ambizioso progetto di trovare una forma “italiana” al realismo magico.

E questo perché è il cantiere a incalzare Caterina ad agire sul reale, interrogandola su che tipo di compromesso sia possibile tra progetto e materia e su quanto la volontà sia la porta d’accesso alla delusione. La risposta che si dà la protagonista è il cantiere stesso: il margine friabile che separa l’errore, forza propulsiva, dal fallimento.

Dove passa l’acqua poi ci torna, pensa Caterina ricordando un vecchio proverbio. E questo è vero per il fiume ma è vero anche per lei. Lavorare sul fiume significa lavorare per consolidare i propri argini: calcolarne altezza, resistenza e tenuta. Per non soccombere alla piena che incalza, rappresentata dalla fine del rapporto con Pietro, un uomo che da tempo, forse da sempre, non è che un fantasma.

Caterina scava il suo argine; costruisce bordi, sta nel presente. E lavorare su di sé la conduce  all’incontro con un altro fantasma: Antonio. Se Pietro è l’ossessione fantasmatica di Caterina, Antonio, nel suo essere davvero fantasma, ne è la via d’uscita. Consigliere, amico, spirito buono della terra, Antonio compare di notte risalendo dallo scavo che è condannato a pulire fino a quando la sua storia non troverà giustizia. Morto di infarto a un mese dalla pensione – dopo essere stato costretto a lavorare in nero –, Antonio è portavoce di tutte le vittime di tutti i cantieri ma incarna anche l’essenza di un lavoro fatto di fango e fatica, di continuo compromesso con la natura.

Per dare voce ai suoi personaggi Galletta fonde la lingua tecnica del cantiere con l’abilità nell’intessere dialoghi. In poche battute riesce a dare vita a dinamiche lavorative tipiche della commedia italiana – il geometra puntiglioso, l’assessore costantemente preoccupato per il pranzo – restituendo loro freschezza. In Nina sull’argine l’ironia non è funzionale solo al realismo; serve a raffreddare e a conferire distacco ai processi interiori di Caterina senza che il lettore se ne senta travolto, così come la struttura basata su capitoli autonomi introdotti da un titolo che li definisce e li completa – quasi si trattasse di canzoni contenute in un album – è efficace alla resa tridimensionale della protagonista. Una donna che assomiglia alla ghisa, il suo materiale da costruzione preferito: dura ma fragile, inadatta alla trazione e alla flessione, ma resistente alla compressione e alla corrosione.

Nina sull’argine, Veronica Galletta, minimum fax, 2021, 216 pagine.

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