Torino è d’Argento. Una celebrazione

di Laura Scaramozzino

© Daniele Cagnetta

Più che all’assassina di Profondo rosso, mia madre assomigliava a Helga Ulmann, la sensitiva. Bionda, sottile, giovane per sempre. Della madre di Carlo aveva il taglio degli occhi. Il modo in cui ci guardava mentre affettava una mela o afferrava un paio di forbici.

Da bambina avevo paura dei cani che abbaiavano nel buio, degli uomini con la barba e di mia madre. Soprattutto quando smetteva di prendere le medicine o recitava una battuta di Shakespeare. Se la madre di Carlo, l’amico di Marcus Daly, era stata una stella del cinema anni Trenta e Quaranta, mia madre aveva recitato in qualche teatrino di paese, giù in Calabria. Sfondi di cartapesta, palco di legno scheggiato e costumi cuciti dalle suore: attente a contenere le scollature e ad allungare gli orli.  

La prima volta che vidi Profondo rosso tremai. Immaginai la testa di mia madre tranciata di netto da una collana che le invidiai per tutta la vita. Al centro della catenina c’era una lunetta in avorio. Come le mandorle all’interno.

Mia madre, al contrario del personaggio di Clara Calamai, fu ricoverata più volte in una clinica psichiatrica. Non colpì mai mio padre, ma qualche volta lo graffiò e gli mostrò il coltello. Anche lei lo fissava con l’espressione di una vecchia diva. Sgranava gli occhi come Norma Desmond, protagonista de Il viale del tramonto, e truccava le palpebre come la madre di Carlo. Sopra e sotto. 

Sin dalla prima visione, m’identificai con il piccolo Carlo. Che mia madre potesse uccidere mio padre, sembrava una possibilità concreta. Quasi che Argento ci fosse entrato in casa e avesse colto la luce che entrava nel tinello dalla porta finestra. Una luce calda, giallognola, intensa. Forse Helga Ulmann era lui stesso. Un ladro di pensieri vestito di nero e seduto sulla sponda del letto. Sorrideva e mi sussurrava: «Sono entrato in contatto con una mente perversa». In fondo, non importa che una cosa accada. La sua sola ipotesi può diventare un trauma. 

Nel corso degli anni avrei sviluppato una grande passione per il cinema, ma rimosso Dario Argento. Scacciato come una delle sue Quattro mosche di velluto grigio. Finché non fossi cresciuta. E come lui, da bambino, non avessi osservato i palazzi ottocenteschi nelle sere di pioggia. La Torino che disorienta e raccoglie in sé altre città. Quelle reali e quelle inventate. Le barocche e le neoclassiche. Le neomedievali e quelle liberty. Perché Torino non esiste, se non quando la ricomponi nella memoria, la smonti e la rimetti insieme. Come in un puzzle. Come nella raccolta degli indizi, se ti tocca risolvere un giallo.

© Daniele Cagnetta

E con un giallo ha avuto inizio il viaggio che racconto: un itinerario alla scoperta di una città nella città. La dimensione che si apre un varco nei luoghi consueti del quotidiano e che, forse, Mark Fisher avrebbe definito weird. Perché è proprio tra il concetto di weird e quello di perturbante che si muove Argento. Anche nel ridisegnare Torino. Un labirinto al centro del quale il minotauro si è tramutato in una madre omicida, in un figlio complice, in un animale domestico dagli occhi giallastri. Lo spazio metafisico che ricorda la trappola di specchi nel poemetto di Dürrenmatt. Perché la Torino di Argento è una città rifratta, lucida e specchiante. Un luogo in cui ci riflettiamo in continuazione, grazie alle vetrate delle palazzine liberty o alle facciate madide di pioggia delle fabbriche del Lingotto. 

Il perturbante, secondo la definizione che ne dà Freud, nel saggio del 1919, è il volto in ombra del familiare: il rimosso che seppelliamo nell’inconscio. L’altra faccia di ciò con cui ci relazioniamo fin dall’infanzia. Verso cui chiudiamo un occhio, per non vedere che cosa ci stia sotto. Perché qualcosa, sotto, c’è sempre. La minaccia mai sopita. Il coltello che la madre afferra per uccidere il padre.

Il weird, secondo Fisher, non ha che fare con il familiare. È un elemento del tutto estraneo al corollario dei nostri simboli quotidiani. Eppure, per quanto alieno e ineffabile, può affacciarsi nel nostro spaziotempo. Infettarlo o rimanere confinato in un luogo adiacente più o meno accessibile. 

La Torino di Argento è ambivalente. Un po’ perturbante, un po’ weird. Che sia barocca o austera, sontuosa o languida nasconde sia madri assassine sia spazi alieni. 

© Daniele Cagnetta

Ho visitato il teatro Carignano un paio di volte in tutto. In entrambe le occasioni, ho immaginato il sipario che si apriva. Il piano sequenza mutuato da una vecchia trasposizione televisiva dei Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. Il cuore perdeva un battito di fronte alle movenze scomposte di Helga Ulmann, ai suoi pensieri di morte. La polvere si sollevava dalle poltrone. L’oro degli stucchi abbagliava e il rosso era dappertutto. Scarlatto. Come gli zoccoli estivi desiderati da bambina. O come le unghie delle donne curate. Donne che non si mangiavano le cuticole fino a deformare i polpastrelli.

Il rosso, si sa, è il colore dell’ansia, dell’allarme, delle palpitazioni. Indica il pericolo e la necessità di arrestarsi di fronte a esso. È forse il colore più vicino alla nostra istintualità. Ci avverte. Ci blocca. È un monito. Più che il colore della passione è un’impressione visiva che ci riconnette con il timore della perdita di controllo. Su noi stessi e su ciò che ci circonda.

Se avessi assistito alla rivelazione della sensitiva, avrei distolto lo sguardo alla ricerca di un pertugio. Di una fessura qualsiasi. Perché il teatro mi è sempre apparso come un luogo weird per eccellenza. Una prigione magniloquente in cui smettere di respirare.   

Non è un mistero che Argento ami l’opera di Edward Hopper. Il regista ha riconfigurato Torino come fosse passata al setaccio del pittore americano e di Giorgio De Chirico.  

Se il Carignano fosse stato un teatro hopperiano, sarei sgusciata via dal mio posto in platea, avrei raggiunto l’uscita laterale e sbirciato i gradini oltre la tenda rossa. Per quanto Hopper rappresenti contesti perduti in un senso d’attesa indefinita, i suoi spazi tratteggiano un orizzonte. Tracciano un’apertura. Offrono ampie via di fuga. Spesso desolanti, ma mai del tutto preclusi.  

© Daniele Cagnetta

Rossotti scriveva che Torino era una città in perenne attesa di un accadimento. Il luogo in cui la suspense prende la forma di un brigante dietro un vicolo e di uno scultore avvelenato, alla fine dell’Ottocento. O ancora, di una follia che matura nell’arco di qualche mese, a pochi passi dal teatro in cui Helga preconizza il suo assassinio. E allora chiudo gli occhi, come per ricordare le scene di un film e lo vedo. Friedrich solleva le dita dai tasti e serra la mascella. Si stringe nella coperta e si alza. Attraversa la stanza e si affaccia dalla finestra del quarto piano. Sbatte le palpebre dietro le lenti e osserva la piazza. Il cielo ha un colore che lo riscalda. Un giallino che sa di polline e di colline. Lascia scivolare la coperta a terra e si concentra sul via vai che anima Via Carlo Alberto. E poi sui giardini dietro Palazzo Carignano. Al pensiero degli appunti sopra lo scrittoio, alza il mento e immagina un agnello sul punto di essere sgozzato. Un agnello che non diverrà mai pecora. 

I coniugi Fino, presso cui alloggia come pensionante, lo chiamano professore. Lui li lascia dire. Detesta insegnare. A Basilea, i suoi tre studenti lo guardavano come fosse un profeta pazzo. O uno di quei poeti visionari che fumano oppio da mattina a sera.

Ieri, in piazza, il fruttivendolo gli ha pesato l’uva e lo ha salutato con gentilezza. Lui non capisce l’italiano. Lo salva il francese che pur non ama. La lingua, per lui, dev’essere dura. Come i lupi che sgozzano gli agnelli.

Friedrich indossa il pastrano verde e i guanti di pelle logora Anche oggi si prepara per andare al Caffè Fiorio. Lì c’è sempre qualche francese e, più di rado, un tedesco di passaggio. Su un tavolino all’ingresso, ci sono anche le gazzette estere. Legge le notizie con noncuranza. Piccoli fatti insensati. Non gli interessa fare conversazione. Ascolta gli sproloqui con il gusto di chi demolirà l’Europa e l’umanità intera. Non servono le armi. Bastano gli anatemi, gli aforismi, le frasi sibilline. Distruggere per costruire: Ecce Homo.

Fiorio è come un teatro. Stucchi dorati, tappezzerie, salottini color cremisi e specchi. Tanti specchi. Lui non si guarda mai, ma osserva il riflesso degli altri clienti. Come se cercasse di coglierli in fallo. 

Ora attraversa i portici di Contrada del Po. Presta poca attenzione ai notabili che marciano verso Piazza Vittorio Veneto e il suo fiume nebbioso. Respira una penombra fredda, salubre. Si chiede se a Torino faccia mai troppa neve. Nei mesi invernali forse lui sarà altrove. 

Oggi due francesi al tavolo di fianco, raccontano una serata folle. Parlano di una moda, perché sempre di mode si chiacchiera nei locali. Citano spesso un professore, uno che studia il cervello degli assassini. Uno che cerca il male, come fosse lo scrigno di un tesoro. Come si potesse toccare. 

Friedrich sorseggia il bicerin. Il professore, dice uno dei francesi, è convinto che anche l’anima si possa toccare. L’energia è materia. È una cosa, un fatto.

Gli viene da ridere. Scuote la testa. Quel professore, tale Cesare Lombroso, è uno stolto, terrorizzato come tutti dall’annientamento. Dal sangue, dal crimine, dalla morte. Eppure l’idea di un pensiero che si fa cosa, lo attare. Pensieri che si trasmettano e rimangano attaccati alle pareti come solide ragnatele. Una sera di quelle, chissà, potrebbe andarla a vedere, una seduta spiritica. Ingolla l’ultimo sorso e si alza dalla poltrona. Gli prudono le mani. Ha poco tempo per salvare i vivi. Non può pensare ai morti. Sullo scrittoio lo aspettano gli appunti della sua opera più importante. Può concedersi pochi piaceri: un arrosto in trattoria e una passeggiata nel borgo medievale. Una cioccolata calda da Fiorio o un concerto in piazzetta Reale. Anche Friedrich Nietzsche, come l’intera città, sembra in attesa di qualche cosa. Di una rivoluzione, forse: la trasmutazione di tutti i valori.

© Daniele Cagnetta

Nietzsche, come Argento, si è innamorato di Torino dal primo istante. In molte delle sue interviste, il regista sostiene quanto non creda ai colpi di fulmine. Neanch’io ci crederei se non vivessi a Torino. Se non l’avessi riconfigurata come città-mostro. Non solo in quanto piena di superfici specchianti e spazi vuoti. Ma anche perché, simile alla Londra vittoriana, si offre come vortice e labirinto. Luogo difforme in perenne sfida con la morte. Cesare Lombroso ha soggiornato in molte vie di Torino segnate dai crimini violenti. Rossotti ipotizza che la sua conversione all’occulto sia avvenuta nel periodo in cui l’antropologo ha abitato in Via Legnano 26. Come in un film di Dario Argento, presenze oscure attraversavano via Legnano. Ombre disincarnate. Perché il male, quello vero, assoluto, precede l’uomo. Lo possiede in un secondo tempo. Quando, disorientati, noi spettatori cerchiamo in uno specchio il volto dell’assassino. Una sembianza qualsiasi, anche se imbiancata da un trucco spettrale. Helga, travolta sul palco del Carignano da un contatto telepatico con l’omicida, trema e indica in platea una presenza che non vediamo. Che cos’è una mente perversa se non il puro sguardo della soggettiva argentiana? La serie degli omicidi in Profondo rosso non è forse il percorso compiuto dall’ombra per finire dentro un corpo? Uno qualsiasi. Sia pure quello di una vecchia attrice con il seno cadente e gli occhi di Pierrot.

Editing di Viola Carrara

Laura Scaramozzino svolge attività di editing e coaching letterario. Per Revolver Edizioni ha pubblicato la raccolta di racconti: Frana. Ha pubblicato su diverse riviste, tra cui, Micorrize, Nazione Indiana e Minima&moralia. Collabora con la rivista GELO e ha tenuto corsi di scrittura autobiografica in collaborazione con biblioteche pubbliche e con La Città della Salute di Torino. Appassionata di letteratura fantastica e perturbante ha tenuto un corso per le scuole in collaborazione con il Mufant, Museo del fantastico.

Capita, a chi si pone come unico obiettivo lo sguardo, che figure fantastiche appaiano nel quotidiano. Non si tratta di tecniche surrealiste, ma di epifanie: momenti che hanno a che fare con il gioco, la magia, l’occasione. Muovendosi tra le strade di Torino, Daniele Cagnetta ferma la meraviglia di cui è testimone. Testimone, letteralmente, è colui che vede due volte: per questo il fotografo raddoppia lo sguardo: la prima volta prestandolo alla macchina; la seconda rendendolo oggettivo, fruibile attraverso lo scatto. Di questo secondo sguardo sembra essere consapevole Cagnetta il cui gioco città/immagine/fotografia si moltiplica: manifesti, oggetti di arredo stradale, dettagli di mercatini allestiti all’aperto, tutto collabora a fornire una rappresentazione inusuale dello spazio pubblico interrogando l’osservatore sulla natura dell’immagine:

Da dove vengono le immagini? Da quale fondo senza spessore escono? A che appello rispondono quando si formano così, disegnandosi da sole nel bianco nudo delle cose?1

Livia Del Gaudio

Daniele Cagnetta, originario pugliese vive a Torino da diversi anni. Fa parte del consiglio direttivo della Società Fotografica Subalpina, uno dei più antichi circoli fotografici ancora attivi in Italia (fondazione 4/4/1899). Ha un percorso di fotoamatore appassionato di street photography, alla continua ricerca di uno stile proprio e dell’occasione di esprimere il suo punto di vista.

  1. Philippe Forest, Muga-muchū, nonostante edizioni, Trieste, 2018 ↩︎

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