Fessa non-monogama girlsplaina l’amore (tdl?)

di Carolina Dema

© Ludimila Russo

Questo articolo lo voglio cominciare con un cockblocking: il racconto di un incubo ricorrente che mi ha assediato dai quindici anni ai ventitré.

Lo scenario ogni volta variava: inizialmente era un ristorante con un banco frigo pieno di gustose pietanze in esposizione (cheeseburger, hot dog,  parmigiane, cotolette, club sandwich – in effetti immaginario ancora colonizzato dal carnivorismo e dall’american food porn, argh); poi diventò la corte del cibo di un centro commerciale, poi ancora quella di un aeroporto internazionale. Un movimento di espansione verso un non-luogo sempre più smisurato, all’interno del quale una mia versione affamatissima si trovava costretta a scegliere una pietanza specifica in un ristorante specifico in un tempo sempre più limitato (dal ristoratorx, dalla compagnia con cui ero, poi dall’aereo in partenza); l’acquolina alla bocca, tutto sembrava così delizioso, il cibo aromatico e sfolgorante in bella mostra dietro il vetro o raffigurato nella sua imperitura prelibatezza su un rilucente menu di plastica. I profumi rimescolati fino allo stordimento sensoriale, fortemente desideravo pensando già al senso di perdita per ogni prospettiva che avrei lasciato indietro. Nei primi anni di adolescenza, finivo per non scegliere nulla, meglio l’impotenza, meglio la fame. Crescendo, una scelta il mio io onirico la imparò a compiere, ma sempre al limite dello scadere del tempo, e con la fretta acquistava sempre la pietanza sbagliata, la più deludente e insipida.

Di base, un auto-cockblocking rispetto alla vasta meraviglia sensoriale dell’esistenza (e non parlo di fast food da centro commerciale). Viene facile per me scrivere ora inconscio manifesto, a 26 anni, ampiamente psicoanalizzata, psichiatrizzata, parzialmente psichedelizzata, parzialmente studiata, brainwashata (in the good way?) dall’anti-condotta dellx compagnx di csa, squat, arte diy, e dal chiacchiericcio della scena culturale indipendente deromaest; ovvio che nutrimento = essenza stessa della vita e blahblahblah; e poi allora da chiedersi “ma cos’è per me l’essenza stessa della vita?” e darsi la risposta più vecchia e retorica del mondo – cringiatissima abbasso lo sguardo, e mezzo lo sussurro però con del catarro da sigaretta incrostato in gola, che dà al tono delle sonorità più sprezzanti, così pare che non mi prenda troppo sul serio: l’amore. Bleah, in un certo senso, ma daje pure in Cute Accelerationism di Maya B. Kronik e Amy Ireland – che ce sto a fare una testa così a tuttx, da quando l’ho letto cinque mesi fa, stop it girl – si dice che sopravvivere al capitalismo è come “falling in love” [ “getting swallowed is just one big hypercuddle” – cuitification – “don’t grow up for God’s sake, become the egg you already are” (Urbanomic, 2026)]; a questo ci aggiungo anche la mia former militance da ragazza emo/screamo (postilla per evitare fraintedimenti nei sottogeneri musicali: emocore come emotional hardcore, di matrice punk; e screamo come intersezione sonora tra l’emo e il black metal, attenzione, non parliamo dell’apparato pop commerciale da anni 2000) cresciuta a forza di poghi e moshpit che terminavano sempre in un grande abbraccio, mentre qualche voce rotta urlava “Until I die I will sing our names in unison, until I die, until I die”; antispecismo veg perché padre Morrissey ben lo cantava “Oh, and who hears when animals cry?”; nonché la militanza nelle collettive alla disperata ricerca di risintetizzare l’arte a partire dal volersi del bene (affettivo&politico: inscindibile). Chiaro, no? Vi domando nel tentativo di riprendere agency su questa frase indomita, ma solo dopo averla lasciata divertire un poco che il grillo libertario con la voce di Tomás Ibáñez nella mia testa ci tiene a ricordare che dobbiamo riqualificarci come esseri indominabili.

In ogni caso, dicevo, facile ora dire inconscio manifesto. La me di quindici anni, poretta, ancora non aveva gli strumenti per ripartorirsi nel mondo come pensatrice indipendente, al massimo quelli per partorirsi verso dentro, darsi alla luce contro le proprie ossa come scriveva Mónica Ojeda in Mandibula. E una porzione di senso di quel sogno iniziai a comprenderlo quando, come tutte le adolescenti malinconiche (aka, nelle parole della drammaturga Sarah Kane):

“Symptoms: Not eating, not sleeping, not speaking, no sex drive, in despair, wants to die.
Diagnosis: Pathological grief.
Zolpiclone, 7.5mg. Slept. Discontinued following rash. Patient attempted to leave hospital against medical advice. Restrained by three male nurses twice her size. Patient threatening and uncooperative. Paranoid thoughts – believes hospital staff are attempting to poison her.
Melleril, 50mg. Co-operative.
Fluoxetine hydrochloride, trade name Prozac, 20mg, increased to 40mg. Insomnia, erratic appetite, (weight loss 14kgs,) severe anxiety, unable to reach orgasm, homicidal thoughts towards several doctors and drug manufacturers. Discontinued.
Mood: Fucking angry
Affect: Very angry.
Thorazine, 100mg. Slept. Calmer.”)

© Ludimila Russo

lessi il testo sacro delle sad girls (flinta intended) La campana di vetro di Sylvia Plath.

La nostra amatissima suicida similmente raccontava di un incubo ricorrente in cui già sembra inscritta l’interezza del suo percorso esistenziale: un rigoglioso albero di fichi, e ogni ramo rappresentava una versione possibile di se stessa.

“Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto.
Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sud America, un altro fico era Constantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere.
E vidi me stessa seduta sulla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché, uno dopo l’altro, si spiaccicarono a terra ai miei piedi.”

Ricordiamocelo: se la poetessa inserì la testa nel galeotto fu forno in larga parte fu perché si ritrovò reclusa in un casale nelle campagne inglesi a prendersi cura dei figli e figlie mentre il marito folleggiava in città a godersi la vita da artista maledetto, no?

La nostra esistenza è incardinata sull’istanza eteronoma del “bisogna compiere una scelta”, Plath era molteplice moltitudine ma, come molte donne artiste e non, fu ridotta al ruolo di madre e moglie. Se solo non fosse caduta nella rete del matrimonio monogamo, forse, nonostante l’atavica sofferenza, avrebbe trovato modi plurimi e generativi per sfogare quella pulsione di morte?

Scrive infatti Dania Piras nel suo saggio Un poliamore così grande (Edizioni Sonda, 2023) “La domanda sulla scelta altro non è che una declinazione mononormativa del sistema binario” e, ancora prima, “L’accusa di essere confus3, ignav3, di avere traumi o delle patologie, di essere insoddisfatt3 e non saperlo ammettere, di star vivendo qualcosa destinato a fallire, è spesso rivolta alle persone non monogame consensuali”.

Se il senso dell’esistenza è – cough cough – l’amore, in quanto strumento politico di cura, di comprensione, di riconoscimento dell’altrx, di accentramento come lo intendo in Ccute Accelerationism, in cui tuttx ci dobbiamo amare senza scissione tendendo a un’ipercoccola dal sapore un po’ aristo-freak, un po’ lisergico, un po’ mantracore (all in one is all we are), allora la coppia monogama è lo strumento che il capitalismo (e qualsiasi dominio verticalista pregresso postgresso) vuole imporre sulla moltitudine per tenerci divisx, competitivx, e diffidenti, del resto il matrimonio storicamente era un medium per tutelare il patrimonio, la donna una merce di scambio  più pregnante per la sua dote che per il suo valore umano, la famiglia nucleare è la perfetta consumatrice e target di mercato; decostruire l’idea che lx partner sia un ente da possedere e su cui reclamare dei diritti ci avvicina allo smantellamento del concetto di proprietà privata (semplifico all’osso decenni di theory transfemminista antifa). E, quell’incubo ricorrente, smise di presentarmisi infatti quando finalmente mi svincolai dal mio fck toxic behaviour di “monogama seriale”, per iniziare un’indagine sul poliamore.

“I dirigenti d’azienda commettono atrocità” dichiara Kathy Acker nel Ottantotto in quel magnifico dirottamento della ratio che è L’impero dei non sensi, attraverso le parole del pirata Thivai. “Dobbiamo comportarci come loro, sessualmente, per poterli combattere con successo? No. […] Comportarsi da stronzi avrà come unico risultato quello di farci diventare stronzi. Avidi e maniaci. È ovvio che dobbiamo usare la forza per combattere per la libertà. Perché gli esseri umani privi di forza sono morti. Dovremmo usare la forza per combattere le rappresentazioni che sono gli idoli, immagini idolatrate; dobbiamo usare la forza per annientare cancellare sradicare finire distruggere uccidere trucidare annullare neutralizzare spezzare scacciare  rimuovere porre termine a tutte le rappresentazioni che esistono per scopi che non siano quello del godimento.”

© Ludimila Russo

Come possiamo opporci al dominio, se ne replichiamo le strutture/storture nella nostra affettività? Infatti, Kathy – nostra somma eroina vandala e tatuata, che Burroughs e Jean Genet li avrebbe potuti investire con la sua motocicletta, nonostante i suoi daddy issues narrativi le facessero pensare che nononoelelacrimeeilsangue – lo sapeva, che l’unico spazio di guerriglia ancora privato è l’inconscio (in effetti forse ora è a rischio pure quello: PSYOP, LEAVE ME ALONE!!!!) e che le cavie di MK-ULTRA le hanno pigliate anche dai bordelli francesi.

Al momento, si sta ancora discutendo riguardo il considerare la non-monogamia come un orientamento relazionale o un orientamento sessuale. Risposte tecniche languono poiché purtroppo ancora pochi sono gli studi sessuoaffettivi a riguardo, tanto che un libro che a mio avviso è poco più che un manuale di auto aiuto da supermercato come Polisicure (in Italia pubblicato nel 2025 da Timeo, casa editrice in ogni caso di super rispetto), è stato osannato dalla comunità internazionale solo perché al suo interno Jessica Fern (psicologa) ha teorizzato gli stili di attaccamento affettivi (sicuro, evitante, ansioso e disorganizzato) in termini poliamorosi. Per carità, importante sanpietrino nel maestoso camminamento che è la costruzione di un pensiero autonomo e rizomatico, siccome ancora la maggior parte delle persone non-monogame lottano per il riconoscimento basilare di non essere troie edoniste bacate da un desiderio patologico indotto dal trauma o dalla mercificazione capitalista; but still, abbiamo bisogno di molto di più perché: amie, noi vogliamo tutto.

A questo proposito, ricordo uno psicanalista freudiano che frequentai qualche anno fa il quale long story short mi disse che tutto quanto non lo potevo fare, e sicuramente non mi potevo nemmeno fare tutti (maschile sovraesteso perché sono una delle ultime nei miei gruppi d’amicx a essere effettivamente etero, questione che mi causa una giusta dose di bullismo memetico). In quanto vecchia cariatide appassionata di arte pittorica, lo psicanalista mi omaggiò di una cangiante metafora visiva: mi figurò come il dipinto di una donna con decine di teste attaccate al collo, ognuna si muoveva convulsamente in autonomia, moti talmente discinetici da parere allo sguardo offuscate. Il sommo mi consigliò di staccarne qualcuna e posarla per terra prima che il collo si spezzasse sotto quel peso oltre misura. (Il povero vecio purtroppo non sapeva che, come diciamo con un amico del giro emo/screamo, le fesse delle ame sono whitmaniane e conterranno moltitudini. E sicuramente non sapeva che scrive Dania Piras: “Scegliere significa anche cercare semplicità e certezza in un mondo pieno di complessità”.) Inoltre, mi convinse a rimanere nella mia relazione monogama con il fallacissimo sillogismo aristotelico: “Se io ti comunicassi che sono disponibile per le sedute solo una volta al mese, tu non cercheresti un altro psichiatra? Ecco, se tu proponessi al tuo fidanzato di vedervi solo saltuariamente perché impegnata a coltivare anche altri rapporti amorosi, perché dovrebbe rimanere con te?”. I mean, come se le coppie monogame non frequentassero altre persone al di fuori del partner, come se non avessero altre persone ugualmente care a cui donare porzioni del loro affetto. Come se lo psichiatra non avesse avuto altri pazienti all’infuori di me.

Ed ecco che questo ci porta finalmente a esplorare le varie forme possibili di non-monogamie in cui ci si può scegliere di addentrare (o si è prepostx a esplorare, se parliamo di orientamento sessuale).

© Ludimila Russo

[But first, una breve interruzione pubblicitaria sulla diatriba orientamento sessuale vs orientamento relazionale. Questa parentesi è sponsorizzata da cockblocking®: quando un accollo non la smette di disturbarti e te ne vorresti solo stare in silenzio, raccontagli una tra le storie d’infanzia, della tua infanzia senza punti e virgola con coordinate temporali confusionarie, a disposizione nel nostro archivio, e il disturbatore verrà prontamente tediato e allontanato.

POV → sono carolina ho cinque anni e frequento questa bella scuola materna in collina con un ampio giardino che sconfina nei campi le maestre ci fanno raccogliere i fichi e ce li mangiamo a merenda poi le foglioline d’alloro ci dicono che le dobbiamo portare alla mamma per quando cucina l’arrosto a questa bella scuola materna mi ci hanno portato perché in quella vicino a casa facevo i capricci dicevo che tutti i bambini mi picchiavano ma non lo so se l’hanno fatto davvero non mi ricordo più nulla ricordo solo cemento è tutto una nebbia forse volevo solo attenzioni e delle foglie di fico in ogni caso in questa bella scuola materna incontro aldo che è un bambino biondo molto bello ha gli occhi azzurri sembra un angelo delle tenebre perché è sempre arrabbiato tranne con me e quindi ci baciamo come abbiamo visto fare in giro con la lingua eccetera e ora siamo fidanzati per festeggiare dopo scuola vado alla ludoteca sotto l’ufficio di mamma e ballo con le mani tra le mani di herman che è il mio amico che viene dal perù mi piace infatti come dice succhèro che sarebbe zucchero ha una voce dolce mi fa ridere e balliamo sempre e ora che ho imparato come si bacia giustamente lo faccio vedere anche a lui e siamo tutti contenti così radiosi che ci fanno le foto come alle popstar che poi le incornicio in camera infatti una volta che viene la miamiglioreamicapersempredellamaternachiara a casa mia insieme a sua sorella grande guardano le foto e io mi aspetto complimenti e sorrisi invece la sorella grande di chiara mi chiede ma non sei fidanzata con aldo e io certo annuisco e lei mi spiega che non si può baciare due persone contemporaneamente e di sicuro non ci si può stare assieme non so se ho capito ma lei è grande e saggia mi dice che devo scegliere io allora penso che aldo lo vedo tutti i giorni mentre herman quando capita allora per pragmatismo strappo le foto con herman come fosse un rituale in tv e le butto nel gabinetto ora sono diventata grande.]

Le forme possibili di non-mongamia sono state ben schematizzate da Jessica Fern in Polisicure che, sebbene prima io abbia dissato, rimane in ogni caso un buon dispositivo d’avvicinamento al poliamore perché attraverso glossari, schemi, capitoli brevi e dalla lingua molto semplice, agglomera tutte le conoscenze base che magari noi altrx abbiamo caoticamente raccattato da racconti e consulenze con amicx, influencer sui social, articoli in lingua e thread su Reddit e Quora. In ogni caso per quanto riguarda ciò che è edito in Italia io consiglio caldamente il sopracitato Un poliamore così grande che ha anche una chiave anticapitalista e transfemm che in Fern è pressoché lacunosa, o forse volutamente liberale, perpetrando però lo stereotipo della persona poliamorosa alto borghese con agenda alla mano per incastrate tuttx gli aperitivi al rooftop bar e festival musicali da tre piotte a biglietto con lx sux partner, come se la non-monogamia fosse un vezzo di chi ha molta grana e molta noia addosso, più che invece una rivendicazione di rottura delle strutture gerarchiche, della non-normatività di genere e sessuale e anche uno strumento decoloniale (@decolonizing.love è una pagina che racconta molto bene di come spesso la cultura indigena non-monogama sia stata obliterata dall’imperialismo occidentale, in particolare l’influencer afroamericana Millie racconta che nelle zone rurali fuori Nairobi la sua tribù di origine Maasai, ancora salda nelle antiche tradizioni, pratica la poligamia, il senso di comunità era ed è tutt’ora coriaceo, non vi sono orfanx poiché ogni persona si prende cura dellx bambinx del villaggio, la terra non è una proprietà ma un’alleata; Millie ci entrò in contatto per la prima volta a dodici anni, e da quel momento in poi decise di non praticare mai la monogamia). Stereotipo neo-liberal che aiuta i cryptofasci alt-right come quei redwasher della rivista Il Nemico e Gog edizioni, i quali di recente hanno fatto uscire un articolo pressoché contro la poligamia, a perpetrare l’idea di Galimbertiana fattura che questo sia solo un vacuo consumismo relazionale.

Infatti, tralasciando le coppie aperte su cui ho opinioni troppo controverse per trattarle in questa sede, (ma no worries rispetto tuttx e il mio grillo libertario con la voce di Tomás Ibáñez mi ricorda l’importanza dell’autodeterminazione dellx altrx su cui non posso mettere giudizio), come dicevamo la non-monogamia è intrinsecamente politica così come lo è l’amore.
In primis, non reprimere il desiderio sessuale poiché qualsiasi tipo di censura ci rende esseri umani docili al controllo; abolire la retorica del sacrificio in quanto atto di dolore cristiano, dell’oscuro segreto da celare (sono arrapatx) di stampo chesso-massonico oscurantista(?) in favore della comunicazione aperta, delle domande chiare, del consenso diretto, dell’eliminazione – detto alla pasta e ceci – del tabù che ci porta solo e solamente traumi, che istiga a un sospetto e a un sadismo maligno prodromo del pensiero dittatoriale. Oggi reprimi il desiderio sessuale, domani crei i gulag: capì? Del resto, al cosmo delle monogamie è spesso legato anche quello del bondage consensuale; esplorazione del tabù in uno spazio protetto; eliminiamo lo sbirro nella nostra testa. Per non parlare del concetto di orgoglio sporcato nel caso lx partner abbia rapporti con un’altra persona,

© Ludimila Russo

[Breve interruzione pubblicitaria sulla violenza monogamica. Questa parentesi è sponsorizzata da cockblocking®: incredibile che stiate ancora leggendo questo articolo, considerata l’attention span attuale; mi volete forse del bene? How scary! Questo è un classico meccanismo da avoidant in cui metto alla prova il vostro amore scacciandovi con una storiella sgrammaticata per vedere se restate.

POV→ Sono aldo ho venticinque anni la mia donna si è scopata un altro cazzo, uno squatteruso che puzza e suona il punk, e mi ha umiliato perché chissà quanti amici in comune già lo sanno o presto lo verranno a sapere non devono sapere se lo sanno devo fargli vedere che comunque non sono tipo un coniglio moscio che la mia donna non mi controlla non è più forte di me sono io che sono forte devono sapere che sono forte e se mi hanno cagato nella proprietà devo avere vendetta sì non è la donna che mi controlla la donna è la proprietà come un campo di grano non può fare nulla se qualcuno ci caga dentro io possiedo il campo di grano lo mieto e  lo coltivo sono forte l’amore non mi controlla non ne ho bisogno donna non ho bisogno del tuo amore mamma pure te non ho bisogno del tuo amore devo solo far crescere il mio campo deve diventare bello grosso e l’omuncolo che ha cagato nel mio campo di grano che è la mia donna deve pentirsi e inginocchiarsi e pregare me che sono il padrone del campo di grano che sono forte forte nessuno non può dirmi che sono forte così poi lo dicono tutti e lo capisce finalmente anche mio padre che infatti prendo uno dei suoi coltelli da caccia così poi è fiero e lo vado a sventolare davanti a quel tizio prima che deve suonare la sua musica di merda che mi ha cagato nella proprietà sì col coltello ben in vista lo accoltello cioè non lo accoltello davvero e perché non voglio finire in galera e sono dalla parte giusta della storia però glielo sventolo sotto il naso e poi gli do un bel colpo col tirapugni dorato che l’ho comprato a sanmarino che gli buco la faccia così impara a cagare nel mio campo di grano che il campo di grano mi ha detto che forse è poliamorosa ma che vuol dire è solo una troia ninfomane è malata se non sa amare come me che mi tengo il cazzo nelle mutande perché sono forte e resisto alle tentazioni lei è debole e malata deve essere curata se non fosse malata lo saprebbe che ci sono solo io che sono il meglio è un campo di grano ammalato pieno di parassiti perché il punk ci ha cagato dentro e sono venuti i parassiti e ora rimuovo il problema alla radice.]

Secondariamente, esplorare le sterminate forme d’amore che possiamo provare. Le peculiarità uniche e meravigliose di ogni persona che ci circonda, e comprenderne anche i limiti, rispettare confini, smettendola di illudersi che dentro una solo singolarità si possa trovare soddisfazione e risoluzione infinita poiché questo, carx amichx, ci riporta drittx drittx alla monarchia, all’idea che esista un’entità sovrana che tutto vede e tutto puote. Insomma smettiamola di cercare dio dentro chi amiamo. Anche l’amore stesso viene riconcettualizzato, soprattutto quando si fa ancora un passo laterale, dal poliamore (che in ogni caso prevede anche delle struttura più o meno fisse, coppie o troppie, o insomma altre geometrie che possono più o meno comunicare tra loro, a cui si aggiungono i metapartner, le comete, eccetera eccetera) all’anarchia relazionale, stile cui in questo momento mi trovo particolarmente prossima.

Nell’anarchia relazionale, si cerca di restringere la soglia tra amore romantico, affetto amicale e sessualità, propendendo per una degerarchizzazione degli affetti. I rapporti sono tutti metamorfici e l’amore si può estendere in svariate forme al di là di formule preimpostate che quantificano l’importanza di una relazione. Mentre il poliamore spesso finisce per essere gerarchico, con una classificazione di partner primarx, secondarx, e così via, che possono reclamare veti e diritti, quantità e qualità di tempo preimpostate, atti, gesti o rituali che si possono attuare solo con un partner e non con un altrx, e cui in generale chi sta più in basso nella gerarchia può essere succube di decisioni presi da altrx su cui non ha alcun potere di opinione. Nell’anarchia relazionale più che di policola si parla di comunità. Perché non vogliamo qualificare come più importante o prioritaria una relazione in base alla presenza o mancanza di rapporti sessuali, gesti d’affetto, o numero di familiari che ha conosciuto (prendendo anche in maggiore considerazione gli eventuali orientamenti asessuali o aromantici, nonché i traumi affettivi o sessuali, che spesso richiedono di trovare modi non normati di interagire con l’amore). E nemmeno arrogarci il diritto di reclamare una definizione dogmatica della relazione stessa, o che in base all’amore che unx partner provi per noi, per noi debba compiere delle rinunce, dei sacrifici rispetto alle altre persone a cui vuole bene; per non parlare di ciò che viene definito “amore amicale” che non dovrebbe in alcun modo essere subalterno a quello romantico. È necessaria certo una comunicazione aperta e costante per non ferirsi, non c’è spazio per aspettative crittografate, ogni persona a cui vogliamo bene deve comunicare assertivamente i propri bisogni senza la velleità che questi vengano privilegiati per semplice diritto reale.

© Ludimila Russo

“Da allora ho scoperto che di solito è un bene essere la donna di molti uomini assieme, o essere una delle molte donne sulla scena di un uomo, o essere una delle molte donne in una casa con molti uomini, con una situazione complessiva mutevole e ambigua. Quello che non è bello, quello che è claustrofobico e mortale, è il solito rapporto a due. Va bene per il fine settimana, o un mese in montagna, ma non va bene per il lungo periodo, non va bene una volta che entrambi vi siete detti che così deve essere tutta la vostra vita. Allora iniziano innumerevoli pretese, e inganni per evitare la noia, e la lenta inesorabile chiusura dell’infinito orizzonte divino […]

Vivi con un solo uomo, e cominci ad avere pretese nei suoi confronti. Vivi con cinque, e hai le stesse pretese, ma sono allargate, ambigue, indefinite. Ciò che non è soddisfatto da uno, verrà facilmente soddisfatto dall’altro, nessuno si sentirà frustrato da sensi di colpa e inadeguatezza, e nessuno verrà messo con le spalle al muro da richieste che non può esaurire.”

Ecco, così scriveva nel 1969 Diane di Prima, la poetessa beatnick – di cui purtroppo c’è davvero poco di tradotto in italiano – nel suo libro Memorie di una beatnick (Edizione TEADUE del 1996, nuova edizione di Quodlibet nel 2025), in cui racconta la sua gioventù a New York, tra arte, locali velati dal fumo sigarette senza filtro e marijuana, orge (anche con gli stessi Kerouak e Ginsberg), lavori come modella porno e tanta, tanta scrittura libertaria.

Tralasciando la formula “essere la donna di molti uomini” – era il Novecento e gliela facciamo passare – credo che la chiave stia proprio nella “situazione mutevole e ambigua”, nelle pretese “allargate, indefinite”: imparare a vivere i rapporti umani (sessuali e non) gravitando nell’incertezza e nella volubilità, alienandosi da ogni tipo di struttura gerarchica che impone una logica a sentimenti che è bene rimanessero più ferini, onesti nella loro indefinitezza. E così possiamo innamorarci per una notte, o per decadi ed esplorare la potenza dell’attimo sublime e smisurato della connessione con l’altrx, senza cockblocking, nel centro espanso dell’amore.

Editing di Antonio Russo De Vivo

Carolina Dema (1999) è tra le fondatrici della fanzine rivistata Neurosifilide che esplora l’arte autoprodotta e libertaria. Ha scritto di letteratura, musica e controcultura per il Tascabile, L’Indiscreto, Minima&Moralia, Zero.eu, Stanca, Weltlit, Outsiders e Polveremag. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste Degrado, Topsy Kretts, Atomi e Retabloid dell’agenzia letteraria Oblique, Micorrize e sull’antologia ebook Laboratorio Atlantide di Edizioni di Atlantide. È innocua se usata secondo le istruzioni.

Che cosa ci turba della statua dello scoiattolo fotografata da Ludimila Russo? Che cosa risveglia, dov’è il punctum dello scatto? Perché appare consequenziale l’accostamento a immagini riferite al desiderio erotico nella sua declinazione kinky?

La risposta è lo sguardo.

Il fetish, il desiderio per ciò che è inanimato agisce per sostituzione: l’immaginario della parte per il tutto. Affinché scaturisca è indispensabile un primo fraintendimento, un’ambiguità originaria tra vivo e non vivo.

Il fraintendimento, nel caso dello scoiattolo, è provocato da un’inquadratura che dà l’impressione che l’oggetto ci guardi, che risponda al nostro sguardo. Un procedimento non dissimile da quello utilizzato dai pittori fiamminghi del Quattrocento, i primi a proporre ritratti che entravano in contatto con l’osservatore grazie all’angolazione, al taglio prospettico. Se i fiamminghi svilupparono tale procedimento per rendere vive, quindi documentabili, opere destinate a un pubblico di mercanti – è questa la ragione per cui la pittura si sposta dal simbolico al naturalistico a partire dal tardo Trecento: la verosimiglianza nel ritratto fornisce carte di identità ante litteram, utili alla nuova società del commercio – la fotografia utilizza il taglio per porsi nel campo dell’osservatore e del suo desiderio: in entrambi i casi un desiderio di merci. Un’ulteriore complicazione nel gioco di matrioske della ricerca sull’immagine risiede poi nel fatto che lo scatto fotografico, in quanto oggetto, rientra a pieno diritto nel fetish che racconta.

In questa galleria di specchi, la fotografia di Russo si muove con la grazia di chi la contraddizione la vive e non la analizza. Una contemporaneità nel senso etimologico del termine che si nutre della fusione tra sguardo e oggetto di sguardo restituendo l’impressione, rarissima, di un desiderio reciproco, vissuto con uguale intensità da entrambe le parti.

Livia Del Gaudio

Ludimila Russo è una fotografa e artista visiva con base a San Paolo, in Brasile. Ha conseguito una specializzazione post-universitaria in “Fotografia come mezzo per l’immaginazione” presso la Escola de Artes F508, in collaborazione con Unyleya, ed è membro di Women Photographers History, realtà nell’ambito della quale si dedica anche alla ricerca, alla curatela e alla divulgazione delle storie delle donne nella fotografia. La sua pratica esplora la fotografia come territorio di memoria, desiderio e resistenza, concentrandosi sulle scene underground di San Paolo, sulla controcultura, sul punk, sul BDSM e sui corpi dissidenti. Lavorando sia con la fotografia analogica che con quella digitale, crea narrazioni che si muovono lungo la tensione tra documentazione ed esperienza, erotismo e violenza, sacro e profano. Tra i suoi progetti figurano Luxúria, sviluppato attraverso la documentazione della scena BDSM; Between the Sacred and the Profane, che accosta sculture funerarie e immaginario fetish per esplorare i confini tra devozione, desiderio e morte; e Semenawa, che approfondisce ulteriormente la sua indagine sulle relazioni tra corpo, desiderio, potere e trasgressione. Il suo lavoro mira a spostare lo sguardo verso corpi e pratiche storicamente marginalizzati, rifiutando le forme convenzionali di erotizzazione e concependo l’immagine fotografica come uno spazio di confronto, libertà ed esistenza.

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