Mio padre, la Svizzera e il seppuku di Mishima Yukio

di Jacopo Verworner

[ITA] [ENG]

© Pierclaudio Duranti

C’è questo film con Al Pacino di cui non mi ricordo mai il titolo1 dove lui è un poliziotto che viene mandato in un paesino dell’Alaska a indagare su un caso. A una sua domanda su cosa ci facesse lì, la gestrice dell’unica locanda del paesino gli risponde che in Alaska ci sono due tipi di persone: quelli che ci sono nati e quelli che ci sono arrivati scappando da qualcosa, e aggiunge che lei non c’era nata. Penso che lo stesso si possa dire della Svizzera. Con una differenza però. In Alaska (almeno così mi immagino) ci scappano avanzi di galera, ex tossici, donne picchiate dai mariti, o più in generale gente in cerca di una seconda possibilità. In Svizzera questa gente non ce la vogliono. In Svizzera ci scappa chi la possibilità di una nuova avventura non la vuole proprio.

Mio padre vive a Basilea sin dall’inizio della sua vita adulta2. Va detto che Basilea è relativamente atipica per essere una città svizzera. Intanto non è su un lago ed è abbastanza distante dalle montagne3. E poi, nonostante sia relativamente piccola, ospita le sedi centrali di due delle principali case farmaceutiche al mondo, la Novartis e la Roche4, e uno studio di architettura molto blasonato, Herzog & De Meuron. Quindi si tratta di un posto decisamente internazionale e ben più aperto al mondo della Svizzera rurale.

1 In realtà il titolo me lo ricordo: è Insomnia, ovvero il nome di una delle discoteche in cui mio padre ha seminato serotonina, noradrenalina e dopamina nei suoi vent’anni, dunque alla parola associo qualcosa di profondamente ortogonale a un detective in Alaska interpretato da Al Pacino. Ho scritto che non me lo ricordo perché altrimenti avrei finito per parlare di altro in relazione a mio padre, piuttosto che della vita in Svizzera, come mi ero invece promessa.  
2 Io fin da piccola mi ero costruita l’idea che lui fosse capitato lì per lavoro, in effetti aveva un lavoro più che rispettabile sulla carta – funzionario per una istituzione internazionale. Questi funzionari spesso si spostano, anche in Italia, per nuovi incarichi, promozioni, o ripresa e costruzione dei contatti. Ma mio padre non l’ha mai fatto, e a poco a poco io sono venuta a patti con il fatto che in realtà lui in Svizzera ci si è ritirato per avere una vita il più comoda possibile.
3 Ecco, questa storia del lago, per quanto sia in effetti un dato di fatto, l’ho chiaramente mutuata da mio padre. Quando capitavano persone che gli facevano domande sulla vita in Svizzera partendo da certi comuni pregiudizi, lui glieli smontava. Per prima cosa diceva che a Basilea non c’era il lago, e che per sostituirlo i locali facevano il bagno nel Reno, che a quel punto del suo corso è già un fiume di portata imponente e sovente melmoso. Poi se la rifaceva con le montagne, perché in effetti è vero che Basilea, per rapporto alle altre città svizzere, è quella più lontana dalle montagne. Che non sono solo lontane: sono pure brutte. Valli tetre, vette cupe e minacciose di color granito, nulla a che vedere coi colori confortanti delle Dolomiti. Salvo poi, quasi a farlo apposta, comprarsi casa a Zermatt, la quintessenza della montagna svizzera, invece che sulle Dolomiti.
Ora, queste uscite di mio padre per me sono sempre state una mina vagante, perché il più delle volte le vittime di queste sue tirate erano le conoscenze occasionali, tipo i genitori dei miei compagni di scuola o dei miei amici. Era un motivo terribile di imbarazzo perché dalle descrizioni (del tutto fattuali) che io ne facevo, mio padre appariva come un personaggio stimabile e di successo, o per lo meno uno che aveva avuto tutte le fortune, e invece appena apriva bocca demoliva l’immagine vincente che questi avevano di lui per disegnarci sopra il ritratto di uno che detestava la propria vita ridendone nel raccontarlo.
4 Sulla questione della sede della Roche alle volte, quando voleva veramente riuscire sgradevole, se ne usciva dicendo che era la sua casa farmaceutica preferita perché aveva donato al mondo il Roipnol e il Lexotan.
© Pierclaudio Duranti

Rispetto a Zurigo o anche a Ginevra, però, bisogna ammettere che Basilea sfigura un po’. Zurigo, la capitale morale, è una città piena di giovani, vibrante di gente creativa e che ha voglia di divertirsi: c’è una rimarchevole scena di club che propongono musica elettronica d’avanguardia in un ambiente al contempo alternativo, amichevole e sicuro5. Ginevra è la città più internazionale, piena di diplomatici che vengono da tutto il mondo, e si può dire che l’offerta culturale sia calibrata su tale contesto. Certo, anche Basilea è internazionale, e anche lì ci sono persone creative – oltre al summenzionato studio di architettura, la città ospita uno dei maggiori eventi di arte contemporanea a livello mondiale – ma non sembrano volersi divertire come a Zurigo. Sembra gente che ha voglia di parlarsi addosso, piuttosto che di godersi la propria fortuna in silenzio e santa pace, come nei club di Zurigo. Anche a Basilea ci sono expat e diplomatici, ma sembrano più interessati a integrarsi e a diventare svizzeri loro stessi che non a contribuire allo spirito della città col loro proprio bagaglio culturale. Alla fine l’impressione che se ne ricava è che Basilea sia una città con un enorme potenziale inutilizzato e inesplorato, che rimane tale perché i suoi abitanti hanno rinunciato a vivere, sono stanchi e vogliono solo essere lasciati spegnersi in pace. Il che spiega bene il fatto che Basilea non ha visto solo la nascita dell’LSD, ma anche quella della clinica Dignitas per il suicidio assistito6. Contrariamente ad altri paesi, in Svizzera il suicidio assistito è legale non solo per i malati terminali o gravemente menomati, ma anche per chi soffre di depressione. La clinica Dignitas si trova sulla collina di Binningen, e da fuori pare un edificio qualunque, e se uno non lo sapesse non immaginerebbe che lì un centinaio di persone all’anno vanno per farsi somministrare una morte indolore, dietro pagamento.

5 Mio padre, in gioventù, si è preso in piena faccia la prima ondata di musica elettronica in Toscana dell’inizio degli anni ’90, i tempi dei mezzanotte-mezzogiorno all’Imperiale di Tirrenia per intendersi. Può darsi che da Basilea si aspettasse chissà cosa, visto che in certi ambienti la città è ben nota per essere stata la patria di Albert Hofmann. In realtà la scena musicale non era così tragica come mio padre la descriveva: ho scoperto in tarda adolescenza che c’erano un paio di posti più che validi. Va comunque riconosciuto che si trattava di posti ordinari e frequentati da gente tutt’affatto normale – niente di estremo o trasgressivo come per certi versi era la scena di Zurigo, più legata alla politica e ai centri sociali. Se si vuole ciò può anche essere letto come un riflesso del fatto che quello di Hofmann era stato un modo di vivere le esperienze psichedeliche molto apollineo e molto poco dionisiaco. Mi meraviglia che mio padre, essendosi peraltro sempre vantato di aver letto LSD, my problem child ai tempi del liceo, non se ne fosse accorto (ed esplicitamente lamentato).
6 Quando, parlando di Basilea o della Svizzera, saltava fuori il tema della legalità del suicidio assistito, mio padre tirava fuori che l’idea in sé non era veramente nuova, portando a esempio il seppuku di Mishima, con l’amante Morita che gli fa da kaishakunin e pone fine alle sue sofferenze tagliandogli la testa non appena quello si è squarciato il ventre. Ricamava poi sul tema notando come sia ben diverso farsi dare il colpo di grazia da una persona da cui si è amati piuttosto che da un’infermiera stipendiata.
Mio padre tralasciava però di menzionare che, nella fattispecie di Mishima, Morita non riuscì a eseguire correttamente il kiritsuke, e dovette subentrargli un altro membro del Tatenokai che certo Mishima, seppure annoverandolo chiaramente tra i suoi scudieri prediletti, non amava come amava Morita. Ciò insegna che non sempre la persona che si ama è in grado di compiere certi gesti, per mancanza di tecnica o di freddezza. Se per darsi la morte Mishima si fosse recato alla clinica Dignitas di Binningen, invece che nell’ufficio del generale Mashita a Tokyo, probabilmente avrebbero suggerito a Morita di tenergli la mano e accarezzargli la nuca mentre la mano più esperta dell’infermiera somministrava la dose mortale di sedativo. Chiaramente a uno come mio padre un’immagine del genere, trasudante la comodità e l’efficienza tipicamente svizzere, non poteva piacere.
© Pierclaudio Duranti

A Basilea circa un quarto degli abitanti ha il passaporto italiano, e la maggioranza di loro lavora nel settore dei servizi alle persone, per cui non è difficile sentirsi come in una piccola città italiana. La comunità italiana è formata da tre diversi strati.

I primi – la larga maggioranza – sono i figli (o nipoti) degli immigrati arrivati in Svizzera nel secondo dopoguerra. Hanno quasi tutti frequentato le scuole dell’obbligo in Svizzera, per cui sono perfettamente integrati nella società, almeno in apparenza. Nella sostanza, però, tendono ancora ad avere lavori più umili rispetto ai loro concittadini di pura ascendenza svizzera7, e sono maggiormente a rischio di marginalizzazione. I secondi sono gli expat: professionisti attirati in Svizzera da lavori migliori, salari migliori, servizi alla persona e alla famiglia migliori. I più lavorano nelle case farmaceutiche. La mia impressione è che facciano sforzi sovrumani per cercare di integrarsi e sentirsi parte della società svizzera, sino a giungere ai limiti del parossismo. Ad esempio, molti si impegnano nel frequentare dei veri basilesi, e c’è addirittura un’associazione che promuove queste frequentazioni assegnando a ogni expat una specie di sponsor svizzero. La maggior parte degli expat rimpiange l’Italia, ma in maniera in qualche modo distaccata e realistica, osservando razionalmente che è un bel posto in cui si potrebbe vivere bene, ma è sfortunatamente mal gestito. Molti vi acquistano immobili in campagna o al mare, e trascorrono lì le vacanze. Ma poi, tendenzialmente, finiscono per trattenersi in Svizzera anche dopo la pensione: il più delle volte i loro sforzi per integrarsi (e, soprattutto, per integrare i propri figli) vanno a buon fine, la loro discendenza resta legata al paese in cui è cresciuta piuttosto che all’Italia, dove al più hanno passato delle brevi vacanze.

7 Vale la pena notare che in svizzero tedesco esiste una parola specifica – Eidgenosse – per indicare uno svizzero “puro”, ovvero uno la cui ascendenza è per intero proveniente dai cantoni fondatori della confederazione. L’unica volta che ho portato a casa un ragazzo svizzero, mi sono scelta per l’appunto un Eidgenosse che avevo conosciuto durante una delle estati passate in collegio a Disentis, quando avevo sedici anni. Dieter non era bellissimo – un particolare che mi colpì è che nonostante i suoi diciotto anni avesse le mani e le unghie così rovinate dalla consuetudine con la roccia che parevano quelle di un vecchio – ma in una settimana riuscì a insegnarmi (e a appassionarmi a) l’arrampicata molto di più di quanto mio padre non fosse riuscito in una decina di anni. Quando ero in collegio di solito passavo un fine settimana su due a Basilea, a casa di mio padre, quindi mi parve un’idea carina portarglielo. Dico che mi parve un’idea carina perché ero certa che lo avrebbe detestato, e la mia adolescenza è stata un periodo in cui ci becchettavamo continuamente. Io del resto mi ero guardata bene dal dirgli chi fosse, per cui lui forse si era immaginato che fosse qualche mio compagno di liceo, possibilmente altolocato. Appena mio padre si trovò davanti Dieter (il quale, giustamente dal suo punto di vista, era ben orgoglioso di essere svizzero) iniziò a tormentarlo per portare la discussione sul fatto che essere Eidgenosse significava sostanzialmente avere un patrimonio genetico a elevato rischio di tare mentali, a causa dell’alta consanguineità. Dieter comunque era timido, non parlava inglese né francese perfettamente, e tutte le frecciate di mio padre parvero rimbalzargli addosso. A ogni modo, lo lasciai alla fine dell’estate per ragioni che ora non ricordo ma sicuramente non correlate all’opinione che mio padre poteva avere di lui.
© Pierclaudio Duranti

I terzi sono funzionari e diplomatici che lavorano al consolato o nelle istituzioni internazionali. Hanno un rapporto ben diverso con l’Italia, in quanto il più delle volte sono collegati (se non dipendenti diretti) ai ministeri o alla Banca d’Italia. Pertanto molti di loro, specie i più ambiziosi, sperano in un vittorioso ritorno a Roma con un incarico di prestigio nella pubblica amministrazione, o anche negli enti parastatali. Si capisce che non sono esattamente persone che possano lamentarsi più di tanto della cattiva gestione del nostro paese: gli attuali gestori sono i loro capi, e in futuro saranno loro ad assumerne il ruolo. Di solito arrivano in Svizzera tramite assegnazione e ci restano per qualche lustro, prima di ruotare ad altro incarico in altra sede, o in un’altra istituzione. Va detto però che, specie per i diplomatici, richiedere assegnazione (o comunque esprimere preferenza) per la Svizzera rivela scarsa ambizione: di fatto, quelli che davvero vogliono farsi le ossa e progredire rapidamente nella carriera cercano di lavorare in sedi difficili, dove presumibilmente dovranno negoziare questioni più delicate che non trovare assistenza legale per qualche minghiaweisch che si è cacciato nei guai. Minghiaweisch è il modo in cui i membri di questo strato di compatrioti si riferiscono ai loro concittadini più sfortunati, i figli degli emigrati.

Sarebbe la crasi dell’intercalare italiano meridionale “minchia” e dell’intercalare svizzero tedesco “weiss du”, che sta per “sai”8. Ciò che differenzia i funzionari e diplomatici dai minghiaweisch e dagli expat è pertanto che gli expat non hanno alcun interesse o incentivo a integrarsi, visto che la loro permanenza in Svizzera, salvo rari casi tra cui mio padre, è a termine. I diplomatici e i funzionari non godono di molta simpatia presso gli expat: questi tendono a vederli come parassiti, non ultimo perché non pagano le tasse in Svizzera, e non devono sottoporsi alle umilianti trafile per ottenere permessi di soggiorno o, peggio, richiedere la cittadinanza. Invece i minghiaweisch tendono a considerare i diplomatici con rispetto e deferenza, probabilmente perché il consolato è per loro un vero punto di riferimento se finiscono nei guai con le autorità svizzere9.

8 Ho sempre pensato che ai diplomatici e funzionari gli è andata bene che gli emigranti fossero meridionali e non toscani, perché l’intercalare qua è caratterizzato, invece che da innocui termini anatomici, da bestemmie di varia natura, che forse i diplomatici e funzionari avrebbero avuto più pudore a pronunciare con ilarità.
9 Mio padre ha sempre avuto più simpatia per i minghiaweisch che per gli expat. Presumo perché i primi, alla fine, erano consapevoli della loro posizione di debolezza e subordinazione rispetto agli svizzeri, e si facevano poche illusioni. Penso che invece l’ottimismo e la determinazione degli expat potessero riuscirgli fastidiosi. Le volte che mi portava agli eventi organizzati dal consolato, specie quando ero piccola, cercava sempre di dissuadermi dal giocare coi figli degli expat. Il che a me pesava, perché alla fine sembravano più simili a me rispetto ai figli dei minghiaweisch, che peraltro spesso parlavano in svizzero tedesco, e conoscevano solo qualche parola di italiano con pesanti inflessioni dialettali.
© Pierclaudio Duranti

A quarantacinque anni, dopo tre lustri a Basilea e più o meno a metà della sua carriera professionale10, mio padre ebbe la sua chance di un vittorioso ritorno: venne contattato per un ruolo da capodipartimento in Banca d’Italia, cosa insolita per un esterno, e ancor più per uno della sua età, ancora relativamente giovane. Quando raccontò della prospettiva a me (che allora avevo tredici anni) e a mia madre, parve considerarla seriamente. Si informò sulla possibilità di fare pendolarismo da Firenze, sui costi degli immobili a Roma, sulle caratteristiche dei vari quartieri che avrebbe potuto considerare lavorando in via Nazionale. Questa fase andò avanti per circa tre settimane. Poi successe che, un venerdì che era andato in visita a Roma per vedere degli appartamenti, gli fu rubata la borsa con il suo computer portatile e alcune carte di lavoro11. Tornò a Firenze visibilmente scosso e impressionato, tutto il fine settimana continuò a rimuginare su quanto pericolosa e incerta la vita avrebbe potuto essere a Roma, non solo per lui ma soprattutto per me. Tirò pure fuori storie di suoi conoscenti in Banca d’Italia i cui figli erano finiti in brutti giri e si erano fatti influenzare dalle cattive compagnie romane12. Il lunedì sera, rientrato a Basilea, ci chiamò per annunciarci che la prospettiva di tornare Roma era naufragata. Nei giorni successivi, per telefono suonava sollevato, positivo ed entusiasta del suo lavoro e della sua vita in Svizzera. Addirittura ci invitò a raggiungerlo a Zermatt per un fine settimana lungo. Sciammo quasi esclusivamente sul versante italiano del comprensorio, tra Cervinia e Valtournenche, perché – diceva lui – lì c’è più sole, si mangia meglio e le piste sono più larghe13. Scampato il pericolo, la Svizzera era rapidamente tornata a essere il posto di merda che era sempre stata.

10 Si noti che si tratta della stessa età in cui Mishima si sottopose a seppuku. Poiché anche Mishima aveva iniziato la sua vita adulta come funzionario pubblico, si può dire che nello stesso tempo che lui impiegò per diventare uno scrittore affermato, scolpirsi il fisico, formare un’armata di adepti e suicidarsi in diretta televisiva, mio padre è solo riuscito a farsi richiamare in Banca d’Italia con una promozione, per quanto prestigiosa.
11 O almeno così lui la racconta. Conoscendolo, è ben possibile che in realtà la borsa se la sia dimenticata uscendo di corsa da un taxi, e che poi non sia riuscito a riaverla. Non voglio considerare, per pietà, l’ipotesi ancora peggiore che la borsa non gliel’abbiano mai rubata e si trattasse semplicemente di una scusa inventata per giustificarsi e lasciar perdere il vittorioso ritorno.
12 Mi rendo conto nello scriverlo di quanto questo punto fosse ridicolo: alla fine non si era nemmeno mai parlato del fatto che mi sarei potuta trasferire a Roma. Inoltre, mio padre non aveva mai fatto mistero, neppure di fronte a me ancora bambina, delle frequentazioni e dei giri come minimo discutibili in cui si era ritrovato nella tarda adolescenza. Ma al tempo ero ancora una ragazzina, e abboccavo come una triglia.
13 Dopo qualche mese, si comprò pure la casa a Zermatt a cui ho già accennato. Osservo che fu una decisione sua, né io né mia madre avevamo espresso particolare interesse o preferenze riguardo alla cosa. In effetti, vi si è trasferito permanentemente una volta ottenuta la pensione.
© Pierclaudio Duranti

Quello che ho scritto sulla Svizzera va preso con beneficio d’inventario perché io, se si eccettuano le vacanze e le visite da mio padre e i brevi soggiorni in collegio durante l’adolescenza, non ci ho mai vissuto. Però adesso, avendo raggiunto l’età adulta, mi accingo ad andarci a vivere: lavoro per una multinazionale chimica, e la mia prima promozione mi ha portato dalla sede centrale in New Jersey alla filiale di Zugo. Va detto che si tratta di un trasferimento che è capitato in modo del tutto casuale: la scelta della sede di Zugo non è stata mia ma dei miei superiori. In più, continuo a dirmi che si tratta solo di una tappa del mio percorso professionale: alla fine la ditta per cui lavoro è americana e ha sedi praticamente ovunque, per cui la prossima promozione potrebbe portarmi altrove. Ma forse anche mio padre se la raccontava così quando, da trentaduenne, arrivò a Basilea. E comunque, Zugo è situata sul lago omonimo, ed è molto vicina alle montagne.

Jacopo Verworner nasce, cresce e studia a Firenze e dintorni. Intorno ai trent’anni, a seguito di una poco soddisfacente carriera accademica, lascia l’Italia in cerca di quiete, agi e comodità. Finisce per ritirarsi in Svizzera, dove tuttora vive dividendosi tra la pianura e la montagna. Per soldi scrive di economia e politica monetaria, per diletto scrive delle cose che gli passano attorno e lo fanno sorridere. Ha pubblicato su Micorrize una trilogia di racconti, ispirata al suo periodo francofortese.

My father, Switzerland and Mishima Yukio’s seppuku

by Jacopo Verworner

Translated by Jacopo Verworner

There is this movie with Al Pacino whose title I never quite recall1 in which he is a policeman dispatched to a small town in Alaska to investigate a case. He asks a question to the manager of the only local guesthouse and she replies that Alaska features two types of people: those who were born there and those that got there escaping from something. She then adds that she isn’t a local. I guess one can state the same about Switzerland. With a slight difference, though. Those escaping to Alaska – at least this is how I picture them – are jailbirds, junkies, beaten and broken women, and more generally people looking for a second chance. In Switzerland, instead, they don’t really want people of that kind. If you run to Switzerland, you don’t want to get involved in any adventure at all.

My father has lived in Basel since the beginning of his adult life2. It has to be said that Basel is a relatively atypical Swiss city. First of all, it is not on a lake and it is quite far from the mountains3. Furthermore, in spite of being relatively small, it hosts the headquarters of two of the most important multinationals in the pharmaceutical sector – Novartis and Roche4 – and a well-renowned architecture firm – Herzog & De Meuron. So, it is quite an international city.aAs such, it is way more open to the world compared to rural Switzerland.

1 I actually do remember the title: it is “Insomnia”, that is the name of one of the clubs where my father scattered serotonin, noradrenalin and  dopamine in his twenties. Therefore, I associate to that word something quite orthogonal to a detective in Alaska played by Al Pacino. Hence, I wrote I did not recall the title because otherwise I would have ended up writing about other things related to my father, instead of life in Switzerland, as I was committed to do. 
2 As a little girl, I built myself a narrative around the idea that he ended up there for professional reasons. In fact, he had a more than respectable professional position – official in an international institution. Officials like him often move around throughout their career – including returning to Italy – due to new assignments, promotions or even just simply resuming contacts with the ministries. But my father never did, and little by little I had to come to terms with the idea that he deliberately retired to  Switzerland to run his life in the  most comfortable way.
3 As much as it is a fact, I clearly inherited from my father this idea of the lake. When he met people (equipped with common priors) asking him about life in Switzerland, he would demolish such priors with a sense of enjoyment. He first mentioned that Basel has no lake, so that the locals usually make up for it by bathing in the Rhein, which is however a rushing and often muddy river. Then he would take issue with the mountains, which are not only far away, but also ugly: gloomy valleys, dark and ominous peaks made of dark grey stone. In short, nothing compared to the soothing colours of the Dolomites. That is quite amusing if one considers the fact that he purchased an apartment in Zermatt – the quintessential Swiss mountain resort – rather than in the Dolomites.
Such rants had always been loose cannons to me, as most of the times the victims of such tirades were occasional acquaintances, such as the parents of my schoolmates or friends. It was a terrible embarrassment to me, since according to the (factual) descriptions I had given  of him, my father would appear like a worthy and successful man, or at least one who had all the fortunes in life. Instead, he would just open his mouth and demolish with a smirk the positive image these people had of him, just to replace it with the portrait of someone who hated his life and enjoyed telling it.
4 Sometimes, on the issue of Roche’s headquarters, when he really wanted to be unpleasant, he would mention that it was his favourite pharmaceutical company, as it gifted the world with Rohypnol and Lexotan.
© Pierclaudio Duranti

That said, it is fair to concede that compared to Zurich, or even Geneva, Basel is a bit underwhelming. As the moral capital, Zurich is packed with youngsters and vibrant with creatives and both are in the mood of having fun. There is a remarkable clubbing scene proposing cutting-edge electronic music in an environment which is at the same time friendly, safe and alternative5. Geneva is the most international city, full of  diplomats as it is from all over the world, and it can be said that the cultural offer of the city caters for  this audience. To be sure, Basel too is international and features creative inhabitants – besides the above-mentioned architecture firm, the city hosts one of the major contemporary art fairs in the world – but they do not seem so poised on having fun as those in Zurich. They look more interested in hearing themselves talking, rather than chilling out and being laid-back  as it happens in the Zurich clubs. Basel too features expats and diplomats, but they look more interested in integrating and becoming themselves Swiss, rather than contributing with their own cultural background to the city’s life. In the end, one gets the impression that Basel is a city with a huge, unexplored and unexploited potential, which isn’t developed because its inhabitants are tired and gave up on living long ago, and just want to be left alone as they wane. Which explains why Basel witnessed not only the birth of LSD, but also of the Dignitas clinic for assisted suicide. Contrary to other countries, in Switzerland assisted suicide6 is legal not only for the terminally ill, or those seriously incapacitated, but also more trivially for those suffering from chronic depression. The Dignitas clinic sits on the hill of Binningen, and on the outside it appears as a rather ordinary building, so that one would not imagine that every year  hundreds of people  go in there to be administered a painless death for a fee.

5 During his youth my father got slapped in the face by the first wave of electronic music in Tuscany, at the beginning of the nineties – to be clear, these were the times of the midnight-till-noon after hours  at the Imperiale in Tirrenia. Perhaps he had been expecting something big from Basel, since in certain circles the city is well known for being the hometown of Albert Hofmann. To be sure, the clubbing scene was not as dismal as my father portrayed it: in my late teenage years I actually  found a couple of quite interesting places. It has to be said , however, that these were ordinary places featuring absolutely normal people – nothing extreme or transgressive as it was to some extent the scene in Zurich, being more  tied to politics and squats. If you want, this could also be read as a reflection of Hofmann’s approach to psychedelics – much Apollonian and very little Dionysian. It surprises me that my father, who often boasted about having read “LSD, my problem child” during high school, did not realise that earlier (and featured it in one of his rants).
6 When, in discussions about Basel and Switzerland, someone brought up the theme of (legal) assisted suicide, he would say that the idea was not really new and brought  Mishima’s seppuku as an example, with his lover Morita acting as kaishakunin and putting an end to his suffering by chopping off his head right after he slashed open his belly. He would then elaborate on the theme by remarking how different it would  be to get the coup de grace by someone who loves you, rather than by a paid-for nurse.
However, my father refrained from mentioning that, in Mishima’s specific case, Morita failed to correctly execute kiritsuke, so that another member of the Tatenokai had to take over. Surely Mishima did count him among his favourite esquires, but he certainly did not love him the way he loved Morita. This suggests that not always someone who loves you is able to commit certain acts, either because of the lack of the necessary technique or cold-bloodedness . Had Mishima gone to the Dignitas clinic in Binningen, instead of General Mashita’s quarters in Tokyo, they would probably have instructed Morita to hold his hand and pet his head while the more experienced hand of a e nurse administered the necessary dose of anaesthetic. Clearly such an image, oozing a typically Swiss sense of efficiency and comfort, could never appeal to someone like my father.
© Pierclaudio Duranti

About a quarter of Basel inhabitants have an  Italian passport. Most of them work in the personal services field, hence sometimes it feels like being in an Italian town. The Italian community consists of three strata.

The first – the vast majority – are the offspring (or nephews) of immigrants who arrived in Switzerland in the second half of the twentieth century. Almost all of them attended compulsory schooling in Switzerlandand therefore are perfectly integrated, at least theoretically. Actually, they often hold humbler jobs compared to their fellow citizens with pure Swiss ancestry7 and are more subjected to marginalisation risks. 

The second stratum comprehends the expats: professionals lured into Switzerland by the promise of better jobs, better salaries and better personal and family services. Most of them work in the pharmaceutical sector. My impression is that they make huge efforts to integrate into and feel accepted by Swiss  society, up to the point of becoming grotesque. For example, many of them try to engage with true Baslers and there is even a society that promotes this mingling by assigning every expat a Swiss sponsor. Most of the expats miss Italy, but in a somewhat realistic and aloof mood: they rationally recognise  that Italy  is a nice country where  one could live a pleasant life, but it is unfortunately run quite poorly. Many expats purchase holiday  homes in Italy and spend the summer there. But in the end, the vast majority  tend to remain in Switzerland, even after having retired. In the end, their efforts to integrate (and, even more importantly, to have their sons being integrated) are often successful, so that their offspring is more tied to the country they are growing up in than to Italy, where they  spend short holidays, at most.

7 It’s worth noting that Swiss German has a specific word – Eidgenosse – to denote a pure Swiss, that is one whose ancestry falls entirely within the founding cantons of the confederation. The only time I brought home a Swiss boy, I chose an Eidgenosse I met when I was spending the summer in a boarding school in Disentis, aged sixteen. Dieter wasn’t particularly handsome – one detail that struck me was that, in spite of being just eighteen years old, his hands and nails were so ruined by the practice of the rock that they looked like an old man’s – but in a week he managed to teach me (and get me into) rock climbing much more than my father had been able to in about ten years. When I was in boarding school, I usually spent one weekend every two weeks in Basel at my father’s place, so I thought it would be nice  bringing him with me. I say nice because I was sure my father  would have hated him, and my teenage years were  a phase in which we continuously bickered. On my side, I had refrained from telling him who he was, so perhaps he had imagined he was some school friend, possibly a well-doing one. While my father had Dieter (who, understandably from his point of view, is well proud of being Swiss) in front of him, he started taunting him to bring forth the point that being Eidgenosse actually meant holding a DNA at high risk of mental defects, due to high consanguinity. Anyway, Dieter was shy and didn’t speak English nor French too fluently, so all my father’s taunts left him apparently unscathed. At any rate, I dumped him at the end of that summer, for reasons that now I cannot recall but are surely not related to my father’s opinion of him.
© Pierclaudio Duranti

The third stratum includes the officials and diplomats working for the consulate or in international organisations. They have a very different relationship with Italy, as most of the time  they  professionally depend on  the ministries or the Bank of Italy. Hence many of them, especially the most ambitious, cultivate the hope of a triumphal comeback to Rome, on a prestigious assignment within the civil service, or in semi-public corporations. It stands to reason that these are not exactly people who can complain too much about how Italy is run, given that they are somehow candidates to be part of its ruling class in the future. They usually come to Switzerland by assignment and stay there for about a decade, to subsequently rotate into another assignment, in another country or another organisation. It must be said that, especially for diplomats, requesting an assignment (or at any rate expressing a preference) to Switzerland reveals some lack of ambition: in fact, those who want ramp up experience and fast-track themselves onto a bright career try to work in difficult countries, where they would probably have to deal with more sensible matters, than finding legal assistance for some minghiaweisch that got himself into trouble. Minghiaweisch is how the  members of this strata refer to their less fortunate fellow citizens, i.e. the offspring of immigrants. It is a portmanteau made of the southern Italian interjection “minchia”, which could be rendered as “fuck”, and the Swiss German “weiss du”, which translates to “y’know”8. What tells apart officials and diplomats from minghiaweisch and expats is that they have no interest in or incentive to integrate, given that their presence in Switzerland is – except a few cases, like my father – meant to be temporary. Expats do not hold officials and diplomats in great sympathy: they view them as parasites – not least because they do not pay taxes in Switzerland and do not have to undergo the humbling procedures to get residence permits or, even worse, Swiss citizenship. Minghiaweischs instead tend to respect the diplomats, not least because the consulate is in fact their only reference in case they end up in trouble with the Swiss authorities9.

8 I always thought that diplomats and officials were lucky that the emigrants were from the south of Italy instead of Tuscany. Here, most interjections feature  swearing to God, Jesus and the Holy Virgin, rather than being mostly harmless anatomical terms. Perhaps diplomats and officials would have been more in awe to spell them out with mirth.
9 My father had always expressed more sympathy for the minghiaweisch than for the expats. I presume this is because the former, in the end, are aware of their weaker and subordinate position vis-à-vis the Swiss, and would seldom be delusional about that. I think instead that the optimism and the determination of the expats definitely annoyed my father. Whenever he took me with him to the events organised by the consulate, especially when I was a little girl, he always tried to dissuade me from playing with expats’ sons. Which was quite a burden to me, since in the end they looked more akin to me compared to the offspring of the minghiaweisch, which mostly spoke Swiss German and only knew a few words of Italian, often with very stark dialectal inflections. 
© Pierclaudio Duranti

At age forty-five, after about fifteen years in Basel, and about halfway into his career10, my father had his own chance for a triumphal comeback: he was polled for a Head of Department position at the Bank of Italy, which was rather unusual for an outsider , and especially so for some of his (still relatively young) age. When he told me (I was thirteen at that time) and my mother about this chance , he seemed to ponder it seriously. He gathered some information about  the possibility of commuting to Rome from Florence, about the prices of apartments in Rome, about  the features of the neighbourhoods, given that he was meant to work in via Nazionale. This phase went on for about three weeks. Then, on a Friday he had visited Rome to see some apartments, his bag got stolen, along with  his laptop and some professional papers11. He came back visibly shaken to Florence, and for the whole weekend he went rambling on how dangerous and unsafe life could have been in Rome, not only for him but especially for me. He even brought up stories of some colleagues at the Bank of Italy, whose sons ended up in pretty bad stuff and suffered negative influences from their Roman acquaintances12. On Monday evening, back to Basel, he called us to announce that the perspective of coming back to Rome had dashed. The following days, on his  phone calls he sounded relieved, positive and unusually enthusiastic about his job and his life in Switzerland. He even invited us to join him in Zermatt for a long weekend. We skied almost exclusively on the Italian side of the resort, between Cervinia e Valtournenche, because – he said – it is sunnier there, the food is better and slopes are wider13. Danger averted, Switzerland had swiftly reverted into the shithole  it had always been.

10 Curiously, this is the same age at which Mishima committed seppuku. Note that over the same time span in which Mishima, who had also started his adult life as a government official, managed to become a renowned writer, chiselled  his body, raised  an army of esquires and committed  seppuku live on television, my father only managed to get a call from the Bank of Italy for a promotion, no matter how prestigious.
11 Or at least that’s the way he tells the story. Knowing him, it is well possible that he forgot the bag rushing out of a taxi, and then didn’t manage to recover it. I don’t even want to consider the possibility  that his bag hadn’t been stolen, and he made up the story to justify a rejection of such an appealing job offer.
12 I realise how ridiculous this point was as I write it: in the end, we didn’t even consider that I could have possibly relocated to Rome. Moreover, my father had never tried to conceal, not even when I was a little girl, that he had very questionable acquaintances in his late teenage years. But I was still a little girl back then, and I used to swallow these baits like a mullet.
13 A few months later , he bought the apartment in Zermatt I had already mentioned. Note that it was entirely his own decision – neither me nor my mother had expressed any particular interest or preference in that respect. In fact, he permanently relocated there once he retired from his job.
© Pierclaudio Duranti

What I wrote about Switzerland needs to be taken with a pinch of salt: except for vacations and visits to my father, as well as for some short stays in the boarding school over the summer, I have never lived there. Yet now that my adulthood has begun, I am about to relocate there: I work for a multinational company in the chemical sector, and my first promotion brought me from the headquarters in New Jersey to the plant in Zug. To be sure, this relocation happened in a totally random way: the destination was selected by my managers, not by myself. Moreover, this is likely to be only a step in my career: the firm I work for is American and has plants almost everywhere, hence my next promotion might bring me elsewhere. But maybe this is also the way my father viewed things, when he moved to Basel, aged thirty-two. At any rate, though, Zug sits on the shores of its own lake and is very close to the mountains.

Jacopo Verworner was born, grew up and studied in Florence and its surroundings. In his thirties, due to an unsatisfying academic career, he left Italy seeking peace, ease, and comfort. He ended up in Switzerland where he still lives, juggling between plains and mountains. He writes about economics and monetary policy to make a living, whereas he writes for fun about things that happen around him and make him laugh. He published a trilogy of short stories, inspired by his life in Frankfurt, on Micorrize.

Le fotografie di Pierclaudio Duranti sono tarocchi, e come tali vanno consultati. Non scritture di luce ma ricordi dentro i quali leggere il futuro, fondi di caffè di qualcosa che non è più e che sta di nuovo per essere.

L’immaginario del fotografo si articola dentro l’assenza; anche dove la figura umana si palesa lo fa come traccia o come scia, indicando una possibilità piuttosto che un esserci. E da qui l’insistenza con cui chiede che gli interventi che compongono la sua ricerca non siano chiamati fotografie ma immagini: è lo sforzo di sottrarsi allo sguardo per perdersi dentro l’oggetto, la tensione che sente ogni creatura per tornare al creato.

L’architettura, lo sfondo industriale o civile dentro il quale Duranti si muove, condizionato dal paesaggio in cui è nato, è una cattedrale senza scopo, utile solo come memoria della fine. E se l’architettura è magia della fine, la fotografia che la cristallizza – nel processo alchemico di trasformazione in immagine – diventa visione, nell’accezione di oracolo che rivela il futuro a chi lo sa ascoltare. Sotto questo aspetto, il percorso tracciato da Duranti va contro l’idea di fotografia come “scatto”, e ne sperimenta le potenzialità metafisiche: in un mondo assediato dalle immagini pone l’osservatore nella scomoda posizione di doversi fermare a lungo, sostare in attesa, lasciare che il significato di ciò che vede arrivi in maniera non mediata dal linguaggio. 

Uno sforzo che è anche una disciplina che schiude a una nuova comprensione del reale, perché l’unico modo di consultare i tarocchi di Pierclaudio Duranti è quello di arrestare ogni pretesa di interpretazione, e lasciare che a giocare sia il caso.

(rielaborazione del testo critico di Livia Del Gaudio al catalogo Rianimazione di Pierclaudio Duranti)

Pierclaudio Duranti nasce a Terni nel 1971, dove studia e sviluppa la passione per la fotografia. Scopre presto il fascino della polvere nello stabilimento di Papigno dove nel 1989, giovanissimo, collabora con un’agenzia di moda locale che utilizza questo allestimento come location per libri e presentazioni. Si è sempre sentito attratto dalla fotografia analogica in grandi formati e dalla fotografia slit-scan (stenopeica) e sperimenta ampiamente la “fotografia lenta”, una sorta di manifesto contro il consumo frenetico delle immagini digitali e per la riappropriazione del tempo per creare immagini. Presto prende coscienza del veloce processo di trasformazione degli ambienti industriali che lo affascina, sistemi fragili, costantemente esposti a ogni tipo di sfruttamento delle risorse e atti vandalici. Duranti reagisce e avvia una vera e propria documentazione di luoghi e macchinari sia nel ternano che nel resto del Paese nel tentativo di cogliere la bellezza… all’interno di questi spazi apparentemente vuoti e abbandonati; abbandonati, ma in attesa di essere scoperti e rivestiti con vesti di identità desiderose di parlare, di comunicare, desiderose di appartenere a un luogo che ne parli. Nel corso dell’ultimo anno Duranti ha contribuito a una mostra al CAOS di Terni con una serie di fotografie analogiche in occasione del Festarchlab di Boeri con la mostra “Architetture dormienti e scatole luminose” dove l’enfasi è rivolta a certa estetica dell’urbanizzazione negli spazi industriali. Trasmette l’energia del potenziale in opposizione a quella particolare anti-città della velocità e del cubismo del cemento delle nostre aree periferiche urbane, rinunciando alla città neoliberista priva di significato e priva di identità. Oltre alla sua attività nel design, dallo stile e distribuzione al commercio all’ingrosso di abbigliamento per bambini, collabora con diverse aziende di produzione. Nel 2010 nasce l’idea di esplorare le vecchie strade carovaniere in degrado del Sahara con l’editor audiovideo RunningTv di Padova. Ciò ha portato a un viaggio di quattro settimane in Libia e al primo libro pubblicato “Maldafrica”. La passione di Duranti per l’alpinismo e lo sci lo porta a vivere con la famiglia a San Gemini dove si diverte a coltivare frutta e verdura, olio e ottimo vino.

Duranti’s photographs are to be read as if they were tarots. They aren’t writings made by the light, but memories where the future can be read, coffee grounds of something which don’t exist anymore and which is about to happen again. 

The imagery of the photographer displays itself inside the absence. The human body is just a trace or a trail, even where it appears. It points out a possibility rather than an effective presence. Hence his persistence in asking to consider the results of his research as images rather than photographs. The tension felt by each creature who wants to regain the oneness with the Being resides in the struggle endured to avoid the gaze and lose oneself into the object. 

Architecture, the industrial or civil background explored by Duranti, influenced by the landscape where he was born, is an aimless cathedral, useful only as a memory of the ending. And if architecture itself is the magic of the ending, the kind of photography which crystallizes it – in the alchemical process of transformation into an image – becomes a vision, in the sense of an oracle revealing the future to those who are listening. 

From this point of view, Duranti’s path fights against the idea of photography as a “click” and experiments his metaphysical potentialities: in a world besieged by images, he puts the observer in an uncomfortable condition, as the photographer makes him look for a long period of time, he makes him wait for the meaning to emerge without the intervention of language. 

It is a struggle and it is also a discipline, which can lead to a new understanding of reality, because the only way to consult Pierclaudio Duranti’s tarots is to give up any claim to interpretation and just let fate do its play.

(from the presentation written by Livia Del Gaudio for the Pierclaudio Duranti catalogue “Rianimazione”)

Traslated by Aurora Dell’Oro

Pierclaudio Duranti was born in Terni in 1971, where he studied and developed his interest for photography. He soon became fascinated by dust at the Papigno factory where in 1989, as a very young man, worked with a local fashion agency which used this set-up as a location for books and presentations. He always felt attracted by analogous photography in huge formats and slit-scan (stenopeic) photography and extensively experimented with “slow photography”, a kind of manifest against the frenetic consumption of digital pictures and for the re-appropriation of time to create images. He soon becomes aware of the fast process of transformation of industrial environments which fascinates him, fragile systems, constantly exposed to all kinds of exploitation of resources and acts of vandalism. Duranti reacts and initiates a true documentation of places and machinery both in the Terni area and the rest of the country in an attempt to capture their beauty … within these apparently empty and abandoned spaces, abandoned, but waiting to be discovered and clad with garments of identities eager to speak, to communicate, eager to belong to a place which would speak of them. During the last year, Duranti contributed to an exhibition at the CAOS in Terni with a series of analogue photographs in occasion of the Festarchlab of Boeri with the show “Architetture dormienti e scatole luminose” (Sleeping Architecture and Illuminated Boxes) where the emphasis points to certain esthetics of urbanization in industrial spaces. It conveys the energy of potentials as opposed to that particular anti-city of velocity and cubism of concrete of our urban peripheral areas, renouncing the meaningless neoliberal city devoid of identity. In addition to his activity in design, from style and distribution to wholesale trading of children’s clothing, he works with different production companies. In 2010, the idea was born to explore the old decaying caravan roads of the Sahara with the audiovideo editor RunningTv from Padua. This led to a four weeks’ trip to Libya and the first published book “Maldafrica”. Duranti’s passion for alpinism and skiing brought him to live with his family in San Gemini where he enjoys growing fruit and vegetables, producing oil and great wine.

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